Su in alto si danzava. Quel flutto di musica un po’ tempestosa traboccava sul terrazzo dalle finestre aperte; ogni tanto una ragazza vi si affacciava, tutta accaldata, i capelli in disordine, con un amator mellifluo che le stava intorno. Respiravan una boccata d’aria, e via di nuovo, strettamente, accanitamente, nel tramestìo della danza.
Ogni tanto, se il vento serale passava con una larga ondata sul padiglione in fiore, tutti quei grappoli azzurri, esuberanti e grevi come la più ricca vendemmia, spandevan sopra il giardino un lungo e profumato brivido, lasciavan cadere a scosse qualche fiore morto, che lungamente strisciava su la ghiaia, di qua, di là, dappertutto, con un prolungato fruscìo.
Tre girovaghi entrarono, e nelle pause del pianoforte si misero a cantar serenate.
Que’ due che s’amavano, d’un tratto non parlarono più.
La sera, e la musica, e quel profumo d’aperta campagna, tormentavan la tristezza del loro sogno nascosto. Volersi bene era triste, desiderarsi era un grande peccato, rifiutarsi l’uno all’altra era più che soffrire...
Egli chiamò il cameriere, pagò in fretta, disse alla sorella: — Andiamo, camminiamo.
Uscirono. S’era levata una chiara luna su la campagna imbiancata; i fossatelli ne stralucevan a distanza; gli alberi, or folti or radi, segnavan nella purità della notte certe immobili ombre, quasi violette.
Presero fra i campi. Il grano verde balenava di fili d’argento; un’acqua corrente, nascosta, forse lontana, mandava un rumor così lieve che pareva esser solamente una freschezza.
Ella diede il braccio al fratello; le lor ombre commiste li accompagnavan nel chiaro di luna.
— Mi vuoi bene? — ella domandò, piano, avvincendosi a lui. Egli sciolse il braccio, lo girò intorno alla sua cintura, se la strinse vicina, senza rispondere.