Passavan sotto grandi alberi, poderosi di antichità, vivi d’una occulta vita notturna.
Allora, paurosamente, in quell’ombra si baciarono. Bocca su bocca, nel profumo della notte, nel tremore dei loro sensi, follemente si baciarono. Quel bacio li percorse dalla fronte alle caviglie come una molteplice carezza, li snervò, li vinse, fece del loro amore un nodo strettissimo e doloroso.
C’era nel breve bosco la menta selvatica che odorava troppo forte.
Piangere, dolersi, ridere, traboccare di gioia, sentire che le vene battono, ebbre, con un delirio pieno di tormentata felicità... Quel bacio si moltiplicò su la bocca, su gli occhi, su la fronte, sul collo... su la bocca.
Essere così pieni d’amore, e non potersi amare! Essere così vicini, così soli, in una bianchissima notte, con la viva primavera intorno, la primavera che soverchia e dà la vertigine... Lì nel bosco, tutte l’erbe odorose che vampavano come incensieri; la menta, il basilico, la ruta; un’acqua che passa nascosta, una mandolinata che trilla, già lontana; tra il fogliame, per la campagna rorida, i gelsi torti, gli albicocchi tutti un fiore...
Guardarono in su, tra il fogliame; videro il cielo pieno di stelle. Cadevan, le piccole stelle, per l’aria infocata, come una pioggia, un turbine di minute scintille rosse...
Ella era di loro due la più forte, perchè del peccato non conosceva che il nome: egli era il più sperduto ed il più ebbro, perchè del peccato godeva sino al fondo l’estenuante malefizio.
Questa passione gli devastava il cuore con artigli e con spine, logorava lentamente la sua tenace volontà. Già stava presso a dimenticare, a vincere il nome insormontabile, (un nome... — aveva ella detto, — cos’è un nome?...) e già guardava con occhi limpidi nel peccato mortale. Voleva esser cinico, apparecchiarsi una festa soave, non sciupare un fremito, goderne con lentezza e maestria... Si lasciava cadere a poco a poco, insensibilmente, nella tentazione, quasi per avvezzarsi a quel coraggio formidabile.
Ma quando era già per dire a sè stesso, ed a lei, la parola più temuta, un rombo enorme saliva nella vastità del suo spirito, e subitamente, quasi venisse chissà da qual remota lontananza dell’essere, quasi risorgesse di sotto il peso della sua volontà, quasi fossegli commista nel sangue, indistruttibile tra i suoi fantasmi, una immagine fredda, malinconica, gli appariva nella mente.
E vedeva la faccia del suo padre, immiserito dalla vecchiezza, affaticato dalle sventure, guardarlo con que’ suoi pallidi occhi, più dolorosi che gli occhi d’un animale ferito, guardarlo e ripetergli mutamente, come quando era uscito dalla casa: «Sei stato tu! sei stato tu!...»