Ella, questi fantasmi, non li vedeva; ella fissava il peccato più grande con la più piccola paura. Non aveva in sè che una forza: quella del proprio desiderio; una sola incoscienza: quella della propria femminilità. Nel suo turbato cuore di vergine il senso della tragedia si disperdeva in un sottile piacere.

Poichè nell’amarlo non cercava in lui che un amante, così le pareva naturale dirgli: «Préndimi nelle tue braccia, se anche porto un nome che ti fa paura! Préndimi e stringimi, per questo, più forte!» Poichè vicino a lui si sentiva protetta, invaghita, sottomessa e piena di brivido, poich’egli guardandola, toccandola, esasperava il suo tormento di vergine, l’altre paure, l’altre angosce, non erano per lei che ripudiabili ombre.

E così gli diceva con persuasione, con impeto, la parola più temuta, perch’egli la conducesse via con sè, verso la camera dove sarebbero stati soli, nel cuore della notte, senza che sguardo umano li vedesse.

E sognava egli pure quella camera, la camera dove lentamente, paurosamente, l’avrebbe svestita, velo per velo, con brividi, come si scopre un tesoro vietato.

Avrebbe veduto prima la sua gola bianca, turgida apparire, poi le tenui braccia odorose, con i polsi azzurri di vene, che avrebbero fatto un nodo, un nodo forte nello spasimo, intorno al suo collo, ed il seno ancora non baciato, erto, consapevole dei baci, divise nel mezzo da un’ombra che vestiva naturalmente la sua nudità...

Ed egli pensò di spegnere il lume nella camera per aver più coraggio, ma desiderò filtrasse un chiarore, una penombra man mano più discernevole, forse dai lampioni della contrada, forse da una lampada velata nella stanza vicina. E sentì l’odore del suo corpo disciolto, quello stesso, ma più dolce, ch’ell’aveva su la bocca, nel baciarlo; un odore intenso e molteplice, che le fioriva dalla pelle, come se nelle pieghe del suo corpo fossero nascoste rose. Assaporò la freschezza di quella carne primaverile, immaginò di carezzare la sua tonda spalla ignuda, insinuò la mano brancolante nel tepor vellutato delle ascelle, si raccolse nelle strette braccia il suo busto flessibile come un virgulto, sentì contro sè stesso il palpito infrenabile del suo grembo, il viluppo della persona ch’ella farebbe contro la sua persona, per offrirsi e per difendersi, concepì la gioia selvaggia di poterla tramortire, le intese nella gola il rantolo della verginità fuggente, la udì piangere nell’ebbrezza, ridere nel dolore... poi la vide com’era, snella, arcata, forte nella sua tenuità, impallidire un momento di quel pallore ch’è presso alla morte, e balenar tutta bella d’amore in quell’odio esultante con cui la vergine si dà...

Ma d’improvviso ella si era sentita male. Veramente, come nella sua visione, egli l’aveva veduta sbiancarsi di quello stesso pallore, s’era sentito afferrar le braccia dalle sue mani convulse, poi, vedendola barcollare, l’aveva sorretta contro di sè.

— Che hai, Lora?

Non rispose; le battevano i denti; tremava.

— Lora! Lora! che hai?