— Nulla... — balbettò, — passa...
Non era che uno stordimento, e la bocca presto le risorrise. Rifecero il cammino; egli la sorresse fino alla vettura.
Il cocchiere cicalò; il cavalluccio riprese a trottare verso la città del suo martirio, dove c’eran il sasso aspro, la rotaia sdrucciolevole, la posta e la stalla. Di qua, di là dalle due siepi, odorosa nella candida notte, la terra lavorata coltivava grani e frutti per la città vorace; qualche grillo innamorato della luna levava il suo canto stridulo, infinitamente maggiore di sè.
Ora le doleva il capo, aveva intorno alle tempie un cerchio ferreo, che martellava. Per lenirsi quel dolore prese una mano del fratello e se ne fasciò la fronte.
— Soffri?
— Sì, un poco.
Egli le circondò la fronte, da una tempia all’altra, di tanti piccoli baci.
— Tienmi vicina, molto vicina... e guarirò.
In un giardino che incontrarono, le rose di Maggio aprivano i lor càlici gonfi di primavera.
— Ti senti ancor male?