— Sì, un male dolce...

Di là da un filare di pioppi riapparve, come una vasta nuvola sospesa nel firmamento, la vampa rossa della città. Sopraggiunsero le prime case, con muraglie bianche di luna. Ora i grilli eran cento, eran mille, perduti nel fieno maggengo, ed uno, fra tutti più iracondo, pareva inseguirli da presso lungo la siepe di biancospino.

D’un tratto ella rovesciò la testa contro la sua spalla, come se un principio di svenimento la soverchiasse.

— Rigo, mi sento male... — balbettò premendosi il petto.

— Ma che hai? — diss’egli, smarrito; — perchè soffri così?

Ella chiuse gli occhi e volle ancora sorridergli dal viso tutto bianco.

— Stordita mi sento... non so...

— Vuoi fermarti? Che vuoi fare?

— Nulla; ora passa... passa... Ti amo...

Quando furono all’ultima cascina, il canto randagio del grillo si disperse lontano, infinitamente lontano, e morì. Ma di fronte apparve il dazio monumentale, maestoso come un arco di trionfo, sotto il cielo stellato. Le guardie daziarie, sedute presso il casello, ridevano e fumavano, ciarlando con donne di malaffare. In mezzo a frotte di bimbi alcuni vagabondi giocavano alla riffa d’un venditore ambulante; un divoratore di stoppa infiammata spalancava davanti agli spettatori attoniti l’enorme sua bocca fuligginosa.