— Ti amo... — ella disse ancora, in un soffio, all’amante pallido.

E il cilicio della colpa inconsumabile rivestì come un mantello di spine la loro carne disperata.

VIII

Arrivò inaspettato in casa di Clara Michelis verso l’ora della colazione. Da qualche giorno ella non lo vedeva più; gli aveva scritto più volte senz’averne risposta, era stata ripetutamente a casa sua, ma senza mai trovarlo. Non poteva considerare come insolito il fatto che Arrigo la trascurasse; però egli non s’era mai dimostrato noncurante a quel segno.

La madre e la figlia stavano sedendo a tavola, quand’egli giunse. Fu il domestico a chiedergli per primo se avesse già fatta colazione.

Poi che rispose di no, gli fu apparecchiato il posto abituale, dov’egli sedette con l’aria d’un uomo affranto.

— Ho avuto molto a fare in questi giorni, — disse a mo’ di scusa. — Perdonatemi di non essere venuto.

Nè la figlia nè i domestici si meravigliavan ormai della sua presenza in quella casa; egli n’era divenuto un poco il padrone, tutti sapevano per qual verso, ed ormai nessuno più vi badava. Quel giorno la sua faccia era pallida, concitata, i suoi occhi pieni di febbre, le sue mani un po’ irrequiete.

— Sono stato occupatissimo, — ripetè, come se non sapesse cos’altro dire.

Per rispetto alla figlia, Clara non rispose parola, e stette a guardarlo, a fissarlo, con i suoi dolci occhi pieni di tenerezza e di rassegnazione. Aveva un gran timore di lui quando lo vedeva giungere a quel modo. Anch’ella era sciupata, e siccome pensava di rimaner sola, era venuta a colazione in vestaglia senz’aver finito di racconciarsi. La cipria lasciava una traccia visibile su la sua pelle un po’ logora; il collo, che usciva esilmente fuor dai merletti della scollatura, aveva un’apparenza di cosa malata; nel mangiare, qualche leggerissima ruga le si formava agli angoli della bocca e presso gli archi de’ sopraccigli. Forse aveva pianto nella notte insonne; gli occhi le si erano come smorzati e volgevano verso l’amante uno sguardo pieno d’angosciosa dolcezza.