— È bionda, vero?

— Sì, bionda.

— Alta?

— Un poco più di voi.

— Mi piacerebbe vederla.

— Un giorno o l’altro ve la farò conoscere.

La colazione era finita; entrò miss Dora per avvertire la signorina che si preparasse alla sua lezione di pianoforte; il professore verrebbe a momenti. Lela, con quella istintiva indulgenza delle fanciulle verso le colpe materne, comprese che la sua presenza diveniva inutile, salutò l’uno e l’altra, — non era indiscreta — e se ne andò.

Rimasero di fronte, senz’alcun testimonio, gli amanti, nella prima inquietudine dell’esser soli, e tacquero per alcun tempo. Il caffè ancor tepido fumava lievemente nelle tazze minuscole. Ella congiunse le sue mani lunghe, un po’ scarne, vi poggiò sopra il mento, e stette a guardarlo senza dir nulla. Negli occhi fermi le cresceva una lacrima silenziosa. Egli, un po’ impacciato, a viso chino, giocherellava con la miccia del suo portasigarette, faceva e disfaceva nodi.

— Perchè non ti sei lasciato vedere in questi giorni? — domandò finalmente Clara, con una voce timida.

— Non potevo, lo sai che non potevo... — egli mormorò senza levare gli occhi.