Ella si lasciò sollevare; gli mise le braccia intorno al collo e nascose contro una sua guancia la faccia bagnata. Nel piangere lo baciava.

Or da una sala più lontana si cominciaron a udire le note del cembalo, durante la lezione di Lela.

Suonava una canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace. Ogni tanto s’interrompeva; la mano del maestro correggeva un accordo, rifaceva una battuta; qualche attimo di silenzio, e Lela tornava da capo.

— Clara, non piangere...

Fra le lacrime aveva già un sorriso.

— È stata una grande aberrazione, — spiegò Arrigo. — Ho perduta la testa. Non so... forse mi volevo stordire. Di cosa? Non ti saprei dire. Tre notti, quattro notti, senza quasi chiuder occhio. Giuoco e perdo, perdo senza rimedio, perdo senza interruzione. Ho lasciata la tavola poche ore fa. Nessuno mi ha risparmiato, e, capisci, ne’ miei panni, se non pago è la rovina.

— Sì, capisco; ma cálmati, non ti crucciare.

Lo carezzava, piano, come una madre.

— Ah... sono disperato! — egli esclamò in un accesso di scoramento.

— Taci, non dire così.