— Taci, taci... — ella disse chiudendogli la bocca. — Va e dormi. Riposa tranquillo fino a sera. Verrò a svegliarti io, se vuoi... — Fece una pausa, le si gonfiaron un po’ le vene del collo, gli occhi le brillarono; — Vuoi?...

Egli vide in un baleno il gran letto su cui s’era seduta Lora... Una terribile ombra gli si addensò nella fronte.

— Vuoi?... — fece ancora l’amante.

— Sì, vieni, — diss’egli con una voce opaca. E non la guardò.

Lela riprendeva la canzone di Grieg, tristissima e tormentosa, dolce ma inguaribile, come un dolore che non abbia fine, come un amore che non dia pace.

IX

Qualche giorno dopo era la Domenica del Gran Premio. Un ippodromo sfavillante attendeva la maggior prova dell’anno. Il prato, invaso da una moltitudine tumultuosa come un mare, spariva sotto l’ondeggiare degli ombrellini aperti e dei cappelli chiari, che luccicavan nella vampa del sole. Lungo gli steccati s’eran disposte in triplice fila le vetture stracariche di gente, che, ritta sui sedili, trepidava e si agitava nell’attesa della prova solenne. Sotto le tettoie vampanti gli scommettitori urlavano le quote, cinti a tracolla d’una borsa gonfia di denaro, e dall’alto scanno dominavano la folla come forsennati arringatori.

Dall’altro lato della pista le tribune parevano immensi alveari umani, gremite le scalinate, gli spalti, i terrazzi; maraviglia di colori tra il verdeggiare degli alberi, sotto il limpidissimo cielo.

Tutta la città era uscita dalle sue mura per invadere l’ippodromo: gente latina, memore de’ suoi circhi romani, applauditrice d’aurighi, amatrice di competizioni, partigiana d’un colore. Dalla tribuna reale assisteva un Principe con la sua corte; intorno a lui, dame e gentiluomini occupavano le gradinate. Tra le rose rampicanti, che assalivano le ringhiere e i terrazzi delle tribune, pendevan grappoli di belle donne, uscite in abito primaverile con la primavera nel viso; nascosti gioielli che raramente la città operosa può raccogliere insieme.

Abbasso era un correre, un ondeggiare, uno scambiarsi frettoloso di saluti e di pronostici. Gentiluomini gravi, con l’abito grigio a lunghe falde, il cappello a tuba, il canocchiale a tracolla, radunati in crocchio a discutere animatamente; bellimbusti e Mammagnúccoli, veri signori della pista, che affettavano volentieri, secondo la moda inglese, di giungere a quel solenne convegno in abito da mattina; giovani patrizi, attillati, composti come ad un ricevimento, al séguito d’una o di più nobildonne, dispensando sorrisi, avanzando i loro pronostici raccogliticci, offrendo di giocare in società; giovinottini di primo pelo, incerti ancora se scegliere a modello della propria vita Lord Brummel o don Giovanni Tenorio, che andavano in giro a saettar d’occhiate irresistibili tutte le belle ragazze, con la tessera di soci bene in mostra all’occhiello, un binoccolo enorme, e certe pose ancor dubbie fra il «dandy» e l’allenatore; vecchi scapoli, dai calzoni a quadrettini bianchi e neri, le marsine fuor di moda, la tuba d’altri tempi, che trascinavan dietro qualche sottana il passo un po’ spinitico, parlando dei Grandi Premi di tanti anni fa, quando non c’erano ancora l’automobili disadorne, ma si contavano a decine i tiri a quattro, i tiri a sei...