Giuocatori accaniti che odiano la folla, vorrebbero l’ippodromo tramutato in una bisca, vanno, vengono, si consultano, contano denaro, si bisticcian coi pubblici scommettitori o cavano l’oroscopo della corsa dopo averne escogitate tutte le possibilità. Proprietari di scuderia che si dànno un gran da fare; poi si lascian carpire qualche misteriosa informazione da qualche bella signora, passeggiano con l’allenatore parlando inglese, un inglese molto stretto, e irreprensibilmente vestiti vanno prima della corsa a carezzare il muso del proprio cavallo e rivederne l’imboccatura. Fantini amenissimi nella loro piccolezza, nutriti di carni sanguigne, arsi dal wisky, cinti già dei loro colori, con un soprabito cortissimo color nocciuola, simili un poco ai pagliacci dei circhi equestri, quando, già infarinati e dipinti, s’infilano la giubba e màsticano un mozzicone di sigaro, fra un numero e l’altro dello spettacolo in cui dovranno far ridere.

Ufficiali di cavalleria che sperano in questa come in ogni altra occasione per innamorare una ragazza ricca o debellare una bellezza restìa; negozianti arricchiti, venuti con lucidi equipaggi, studiosi d’accedere per mezzo di lente insidie ai chiusi olimpi mondani; cortigiane un po’ sciupate dalla notte di vigilia del Gran Premio, notte in genere assai clamorosa ed irrigata di Sciampagna; cortigianelle di minor conto, vestite dalle sarte dei quarti piani, che han rinfrescato alla meglio un cappellone da sera, si son comprate un ombrellino nuovo, e molestan d’importune familiarità chi non vorrebbe affatto ricordarsi d’averle per caso conosciute una sera. Cortigiane libere, venute sole, con una certa spigliatezza di «sportswoman», in abito di taglio inglese, armate di binoccolo, con il programma ed una matita nella mano inguantata. Allegre, ciarliere, adorne di ricchi gioielli che portano con semplicità, noncuranti di sciuparsi l’abito, passano e ripassano come palafrenieri tra i cavalli sellati, giocano pacchi di biglietti, commentano le partenze, salgono in piedi su le seggiole per seguire la corsa, riconoscono i cavalli a tutte le curve, sanno gli ordini di scuderia, vedono chi trattiene e chi taglia la strada, bestemmiano qualchevolta agli arrivi, e traversano i crocchi di signore con una certa millanteria, contente d’avere in comune con esse la medesima sarta e le stesse avventure d’amore.

Fra tutta questa gente, quelle povere bestie che ne fanno le spese: i cavalli da corsa, malcontentissimi d’essere puri sangue, cioè d’aver perduto a poco a poco, in una lenta evoluzione, tutto quello che li faceva somigliare ad equini, per chiudere in una pelle succinta la lor sottile carcassa di spartiventi e mettersi a galoppare come dannati sotto la frusta e lo sprone, portando su la groppa, rannicchiata, una piccola scimmia curva e leggera.

Per lo sterrato ch’era intorno alle tribune Loretta passeggiava insieme col fratello, divertendosi d’ogni piccola cosa, domandandogli un’infinità di spiegazioni. Arrigo le aveva scelto un abito ch’era un piccolo capolavoro di grazia e di rarità, d’un colore quasi biondo, quel colore che ha talvolta nel bicchiere il vin del Reno sotto la luce d’un paralume rosso, e che pure han talvolta certe rose, nell’aprirsi, fra il giallo della rosa tea e l’incarnato della rosa di Francia; un colore che somigliava a lei, poich’era voluttuoso, morbido e leggero.

Portava un gran cappello di paglia, fiorito, leggiadrissimo, con l’ala da un lato curva su l’orecchio e sul viso, dall’altro ripiegata spavaldamente alla carabiniera; portava un ombrellino alto di manico, intonato con il colore dell’abito. Da quella seta e tra quei fiori la sua personcina un po’ frivola, piena di irrequietezze, bella di naturali armonie, traspariva come una statuetta ben modellata, che fosse appena ravvolta in una carta velina. Camminava di qua, di là curiosamente; tutto la interessava, ogni cosa le piaceva.

Ella era nata per essere tra quei lussi, per divertirsi di quegli svaghi, per vedersi dagli occhi altrui desiderata con una certa insolenza. La bottega paterna era già così lontana da lei e dalla sua immaginazione, che le pareva di non esserne mai stata prigioniera. Per un istinto femineo, svegliatissimo in lei, aveva osservate le donne eleganti nei loro abiti e nei loro atteggiamenti, sicchè le riusciva molto facile imitarle; non le invidiava già più; sapeva di possedere nella sua giovinezza, nella sua freschezza, un valore inestimabile.

Portava un ciuffo di riccioli rimessi, dietro, su la nuca; e ciò le stava bene; aveva raccolto il biondo peso de’ suoi capelli sul lato che rimaneva scoperto per la rovesciatura dell’ala, e così parevano più voluminosi ancora.

Vicino a lei Arrigo si sentiva triste; una tristezza profonda, quasi un male, assaliva il suo cuore colpevole; poichè la sua bellezza insidiosamente lo pungeva, come una rosa dallo stelo irto di spine.

Lo pungeva con la sua voce troppo chiara, che talvolta si velava di suoni torbidi nel parlare a lui, con lo sguardo lieve de’ suoi occhi ridenti, che avevan di continuo sotto le ciglia un fuoco nascosto; con la forma del suo corpo femminile, ch’era troppo agile, troppo arcato, troppo desideroso d’offrirsi al piacere degli uomini.

Gli pareva che tutti indovinassero la sua sofferenza inconfessabile, vedessero in lui palesemente la colpa mostruosa, e dietro le sue spalle ne parlassero, piano, ma continuamente. Una specie di oscura gelosia cominciava a nascergli nel cuore, nei sensi torbidi, e guardava talvolta gli ammiratori della sorella con una irritazione d’amante sospettoso.