E il piccolo britanno, dalla faccia arida, che non segnava un’età definibile, curvo in sella, con la briglia rilasciata, passava in mezzo a quel trionfo rasciugandosi nel palmo la bocca umida, il naso grondante, e rispondeva con un semplice: «All right!» al suo rosso allenatore, che aveva presa per mano la cavalla e carezzava sul collo la bella saura balzana.

Il cuore le pulsava come un timpano sotto i fianchi fragili, rigati di sangue; il sudore le gocciolava dal ventre come se le avessero buttato un secchio d’acqua su le reni; le froge fumanti parevano fiatar sangue e tutta le sue vene gonfie la vestivano d’una fittissima rete viva. Ma, quasi comprendendo la sua vittoria, volgeva intorno la piccola testa nervosa, allungava il muso candido, guardando la folla co’ suoi grandi occhi di gazzella cerchiati di nero.

Terzo era giunto Bloomy Boy, quarta Versilia, quinto Missolungi.

Loretta, appesa giocondamente al braccio del fratello, si rallegrava della sua vincita, ch’era d’alcune migliaia di lire, e domandava ad Arrigo senza tregua:

— Sei contento? Sei contento? — mentre andavano a veder scendere i fantini per passare il controllo della bilancia.

Ella era divenuta loquace, un poco impertinente; nella lor natura di piccoli borghesi, tanto lei come il fratello non sapevan nascondere il piacere che ad essi proveniva dal denaro vinto. E Loretta molestava Rafa:

— Dunque lei non ritira nulla su Thermosiphon?

— Rida, rida, signorina! Mi burli pure! Una volta o l’altra le farò veder io quel che si vince scommettendo su gli sfavoriti!

— Glielo auguro di tutto cuore. Ma quel povero Thermosiphon, spero che l’avrà giuocato per l’ultima volta! Già, com’è possibile dare un nome simile ad un cavallo da corsa? Io, se avessi un cavallo da corsa, lo chiamerei....

— Come lo chiamerebbe, sentiamo?