— Certissima.

Arrivarono in poco più di mezz’ora ad un piccolo villaggio, che distendeva le sue case bianche nella grande pianura, percorso intorno da un fossatello quasi arido, con le due rive coperte di fiori gialli, tra l’erbe polverose.

L’automobile sostò nella piazza, ed uno sciame di monelli scamiciati accorse intorno saltellando sui ciottoli a piedi scalzi. C’era un piccolo giardino pieno di frescura e di pace a ridosso della chiesetta; una raggiera dorata bruciava, percossa in pieno dal sole, sul frontone della chiesa, e tanto splendeva, che pareva ruotasse; la casa parrocchiale, dietro il verde, aveva le persiane delle due finestre socchiuse; da una pendeva un lenzuolo, dall’altra una camicia di percallo a righe bianche e blu. Un cagnaccio di color fulvo annaspava lungo il muro.

— Vieni, — disse Rafa; — c’è un alberghetto in fondo al villaggio: vi berremo il vin bianco.

— No; voglio andare in chiesa, — rispose Loretta.

— In chiesa?

— Sì.

— Bene, andiamo pure, se vuoi.

Il meccanico si recò all’albergo per attenderli; essi traversarono la piazza, il giardinetto pieno d’ombra, e salirono i quattro gradini del sagrato. Molti monelli rincorrevano la macchina fragorosa.

Non era tardi; s’udivano ancora tutti i romori del villaggio: i fabbri martellare, i falegnami piallare, le tessitrici muovere i telai. Un bambinotto vestito da chierico leggeva un libro seduto all’ombra nel giardino. Li guardò e non si mosse. Sotto l’arco luminoso della porta maggiore si vedevano ronzar sciami. Entrarono. La chiesa era povera, ma religiosa e chiara come l’anima d’un seminatore; dalle alte vetrate pioveva il sole scomposto in polvere bionda. Solo una vecchia donna, confusa nell’ombra dei colonnati, pregava col volto fra le mani; ma era così ferma, così genuflessa che pareva una suppellettile della chiesa.