Un vago sospetto cominciava oscuramente ad agitarsi nel suo cuore attento e geloso. Ella pure aveva notate alcune circostanze fuggevoli, senza valore per sè stesse, che potevano parer accidentali, ma che, legate insieme da quel sottile intuito che ha la donna quando ama e quando si sente minacciata nel proprio amore, finivano con darle una strana chiaroveggenza sul cuore di Arrigo.

Ella pure trovava incomprensibile questa subitanea cura che l’amante si prendeva de’ suoi doveri fraterni, e trovava strano che una ragazza di vent’anni ed un giovine come lui se ne partissero insieme, senz’altro scopo nè altra meta che di veder la primavera fiorire su le rive d’un lago tranquillo.

Inoltre ella sapeva leggere in lui con singolare penetrazione, e da qualche tempo lo vedeva mutato, cupo, irascibile, come se un funesto pensiero si agitasse dietro la sua fredda impassibilità. Questi due fatti, il suo mutamento e le sue premure fraterne, eran nati insieme. Le rare volte che aveva potuto indurlo a parlare di Anna Laura, gli occhi dell’amante non avevan osato più guardarla in faccia, s’eran fatti obliqui e fuggevoli, s’eran empiti insieme di sospetto e di lampi. Nella casa dell’amante aveva scoperta qualche traccia d’un’altra visitatrice; nel suo letto stesso aveva sentito che quest’uomo non era più suo, non era più di nessuna, tranne che d’un suo terribile nascosto amore.

Ma egli era un violento, ella una rassegnata. Non potè impedirgli di partire, anzi nulla confessò a lui de’ suoi dubbi angosciosi, e rimase ad aspettarne il ritorno con il perdono su le labbra, la morte nel cuore.

Ella non si vedeva, non si sentiva più giovine; la vecchiezza vicina, questo ch’è forse il più terribile supplizio, la più irrevocabile condanna per l’amore, le faceva comprendere che ormai ella doveva solamente rassegnarsi e perdonare e patire in silenzio, perchè lottare nè ribellarsi non poteva più. Arrigo era stato l’ultimo episodio nella sua storia, e le donne forse non ricordano che due uomini: l’ultimo ed il primo.

Ora che il sospetto era nato in lei, non aveva più pace. Si sentiva sfiorire, mentre la giovinezza di lui splendeva più rigogliosa. Quest’uomo, che aveva prima lottato per averla, ella poi lo aveva conteso, lo contendeva ad altre con ogni mezzo, per tenerlo presso di sè. Da dominatrice era diventata la sua schiava; perchè non si stancasse di lei gli aveva permesso tutti i capricci, secondato tutti i vizi; per essere la sua amante, s’era alienate molte conoscenze, s’era veduta male accolta in qualche sala della più severa società; per passare qualche lunga notte, fino all’alba, con lui, per sedersi su le sue ginocchia e baciarlo, nella propria casa, quand’egli veniva a trovarla, non s’era quasi curata dei testimoni domestici nè della bambina che intanto cresceva e vedeva; perch’egli fosse ricco, si era fatta più povera; avrebbe reso povera anche la sua bambina, che pure amava, avrebbe fatto per lui qualsiasi altro sacrifizio, pur di non perderlo, pur di riavere qualche volta i suoi violenti baci.

Ed ora si contentava di poco; sapeva ch’egli era giovine, che aveva bisogno di vivere, ch’era un ambizioso, un uomo in balìa d’una sorte precaria, e gli perdonava molte cose, troppe cose. Lo aspettava qualche volta per giorni interi senza vederlo, ed allora le sue notti erano insonni, ma lottava con disperazione contro la voglia di piangere per non sciuparsi la faccia. Egli la tradiva spesso; e pur avendone la certezza ella non osava ribellarsi nè muovergli alcun rimprovero. Sapeva che i suoi amori eran fuochi di paglia, galanterie cui si dava talvolta per capriccio, talvolta per opportunità, e rassegnatamente aspettava di vederne l’ultime faville, le ceneri.

Ormai si contentava di poco, di così poco! Ch’egli venisse a darle un bacio, la sera, prima del pranzo, e qualche volta restasse a tavola con lei, o venisse dopo il pranzo, prima d’andare a teatro, senza nemmeno togliersi il soprabito, senza ch’ella potesse baciarlo con piena libertà, per non sciupargli la cravatta bianca, per non spettinare i suoi capelli così ben ondeggiati. Si contentava d’andare qualche volta a casa sua, quand’era troppo gelosa, troppo triste o troppo innamorata... Per lo più non lo trovava. Lo aspettava; metteva in ordine, guardava tutte le sue cose; gli portava mazzi di fiori, glieli disponeva nei vasi. Toglieva la polvere da’ suoi gingilli, riordinava i suoi vestiti, i suoi libri; metteva l’ora del proprio orologio con gli orologi di lui. Ella parlava con Filippo familiarmente; Filippo era un amico per lei. Spesso gli dava un po’ di denaro o gli portava un regalo, e intanto, fra un discorso e l’altro, cercava di far raccontare al domestico tutto quanto sapeva su le abitudini del suo padrone.

Ma il domestico sapeva poco, poi era scaltro. Quand’ella non aveva più nulla da fare, si metteva in una poltrona, al buio, ed aspettava. Era paziente; si sentiva quasi felice.

I suoi giorni d’amore divenivano sempre più radi, e però le bastava di sapere ch’egli veramente non ne amasse un’altra, che a lei rimanesse anche solo per abitudine o per riconoscenza; le bastava che ogni tanto egli le sorridesse, con quella sua bella bocca violenta sotto i baffi sottili, e ogni tanto la prendesse in braccio, la cullasse, lui così forte, lei così fina, e le dicesse ancora, per ingannarla forse, che l’amava, che l’amava, con quella stessa voce che gli aveva udita nei primi giorni, quando non era ancor sua. E le bastava che una volta ogni tanto ella potesse coprirlo de’ suoi baci avidi e gelosi, de’ suoi baci in cui metteva tutta la disperazione del suo ultimo amore, poich’ella era più malata che mai, più innamorata, più ardente che mai. Certo v’era una grande tristezza in tutto questo, ma ella non se ne lamentava; cercava di essere buona, umile, per soverchiarlo con la propria dolcezza; e di quel poco era contenta, perch’ella amava sopra tutto l’amore che aveva per lui.