Ma ora un terribile spavento s’era aperto nell’anima sua; le era parso d’indovinare la cosa orribile, aveva indovinato, ne era ormai pressochè certa. Non più il gioco lo distraeva da lei, non le amanti d’una notte, non le cene, i teatri, gli amici, non la sua tenace ambizione, non la sua violenta gioventù. Guardandolo talvolta, gli scopriva ora negli occhi una fiamma non mai veduta prima, e standogli fra le braccia ella sentiva l’inimicizia, l’avversione, che quest’uomo celava ora contro di lei. Dunque s’era innamorato, dunque glielo avevano tolto; nel suo cuore insensibile era nata una passione selvaggia... E per chi? per chi?

Aveva passati giorni e giorni osservando, indagando nella sua vita con quella pazienza femminile che noi non conosciamo; poi un barlume, un dubbio era balenato nella sua mente, le si era infitto nel cuore, seducendo lei stessa, mentre l’atterriva, con la sua potenza nefanda.

Ch’egli avesse amata un’altra donna, anche giovine, anche bellissima, questo era forse nella sorte naturale delle cose; le pareva che in tal caso avrebbe saputo comprenderlo, perdonargli e rassegnarsi anche a questo nuovo dolore. Poich’ella stessa era desiderabile ancora e poteva sperare di vincere con la pazienza, con l’amore suo più forte, con l’indulgenza sua più grande, infine con uno qualsiasi tra que’ mezzi femminili che valgono a ricuperare un possesso perduto.

Ma invece accadeva la cosa più imprevedibile, si elevava contro di lei la più inattesa e formidabile nemica. Poich’egli non s’era innamorato d’una donna che fosse bella o giovine soltanto, che potesse avere una bocca più fresca della sua, una pelle più morbida, un corpo più voluttuoso; non solo d’un’amante che fra le coltri lo sapesse meglio accarezzare, che fra la gente potesse meglio lusingare la sua vanità; non insomma d’una fra quelle tante che son tutte destinate a perire, a passare, a conoscere anch’esse il tormento della fine... Ma invece aveva scaldato in sè il più divorante fuoco, s’era lasciato invadere da una rossa demenza, si dibatteva in una lotta feroce contro il demone della sua stessa colpa, voleva cogliere il dolcissimo frutto avvelenato, quello che torce, che perde, che fa impazzire, quello dopo il quale tutti gli altri non hanno più sapore.

Egli non amava una donna soltanto; amava la sua sorella, una sorella di vent’anni, ancora intatta, che forse, che certo amava lui; una sorella che aveva in più di tutte l’altre il dono d’essere il peccato, il dono di portare nel suo grembo il sacrilegio, ne’ suoi baci la dannazione, e di chiamarsi «sorella», ossia di nascondere in questo nome trasparente come la purità il significato più divino e più terribile che sia nell’amore.

Forse i grandi peccati propagano intorno a sè una specie di atmosfera malefica, di ambiguità quasi tangibile, per la quale inevitabilmente giungono a farsi avvertire dalle vigilanze altrui. Il primo giorno che questo dubbio era balenato nella sua mente, ella súbito l’aveva respinto, se n’era sdegnata contro sè stessa, s’era trovata abominevole per aver concepito un simile pensiero. Ebbe quasi paura che l’aver pensata una tal cosa potesse rendere una tal cosa verisimile.

E si mise con affanno a cercare un’altra spiegazione, a scoprire un’altra verità, meno orrida... meno affascinante! Se questo pensiero assiduo le martellava nel capo, ella compiva uno sforzo quasi fisico per allontanarlo da sè.

E però tornava, forse rievocato solo dalla paura che ne aveva; tornava, perchè noi ci somministriamo senza volerlo, con una gioia crudele, tutte le immaginazioni che ci dànno più tormento; perchè l’orrido ci attrae, perchè il peccato, anche il peccato altrui, è la più grande suggestione che possa corrompere lo spirito nostro. Tornava, perchè pensando alla possibilità di questo amore, alle sue gioie più che umane, ella sentiva nascere in sè le radici, fremere in sè i tormenti di questo inconfessabile amore.

E siccome talvolta siamo i peggiori nemici di noi stessi, ella cominciò a pensare quale sarebbe stata la sua tortura se questo dubbio avesse presa la consistenza della verità. L’onda sensuale di quella colpa ineffabile si frammise alla sua paura, alla sua gelosia, corse in lei, facendole intendere l’ebbrezza che quei due potevano sentire se veramente s’amavano. E mentre andava cercando le prove che questo amore non fosse, in verità ella era tentata e soggiogata dalla voluttuosa paura di scoprirne l’esistenza.

Con lei d’altronde Arrigo non era guardingo abbastanza, poichè non credeva ch’ella potesse avere sospettato. A lui stesso, qualche rarissima volta, piaceva parlarle della sorella, cosa che in addietro non accadeva mai. Gliel’aveva descritta con frasi calde, ma vigilando insieme le proprie parole, quasi temesse di potersi tradire. Le aveva pure mostrato un ritratto di lei, un ritratto recente, fattole fare in quei giorni. Poi, talvolta, son gli estranei, che con una frase innocua ci rivelano una grande verità. Molti eran venuti, nel modo più naturale, a parlarle di lui e di lei, narrandole particolari futili, cose prive per sè stesse d’ogni colpevolezza.