E per lei tutto questo era nuovo, le raddoppiava nel cuore il senso della giovinezza; voleva in un giorno solo tutto vedere, tutto godere.

S’era côlta nel giardino un bel mazzo di rose gialle, Arrigo ne aveva tolte le spine, gliele aveva messe alla cintura. Andavan ora verso la darsena per scender in una barca ed allontanarsi dalla riva.

Egli non era più così tetro come nei giorni passati; un senso di beatitudine e di pace ritornava in lui; gli pareva quasi che quel cielo così aperto fosse indulgente alla sua colpa, ed in verità un più sano respiro dilatava il suo petto capace. Mentr’ella diveniva più fanciulla e pareva scordarsi fra quella novità il suo torbido amore, egli si compiaceva nel circondarla di tante piccole premure, come si fa per un’amante.

La città era lontana, quasi dimenticata; nessuno li conosceva in quel sereno golfo lacustre, in mezzo ai fiori esuberanti, con intorno la catena quasi glauca delle montagne, tra l’odor vegetale dei prati maggenghi, nell’aria limpida e sana. Egli non aveva più il terrore che alcuno sorprendesse il suo segreto, e vicino a tutte le semplici cose della terra gli pareva che nel suo sentimento fosse entrata una qualche purità. Non voleva pensare più a nulla, ma solamente godere con pieno abbandono quei giorni di oblìo.

In fondo comprendeva che la nostra coscienza è talvolta una semplice paura dell’opinione altrui.

Scendevano verso la darsena per i viali del giardino traboccante, mentre di poco il sole aveva sorpassata l’ora del meriggio e traeva da tutte le cose un insostenibile fulgore. Con il suo vestitino di tela bianca, la gonnella corta, un velo azzurro su le spalle, il gran cappello di paglia a larghe tese, ella pareva più giovine di qualche anno e la sua irrequietezza era veramente quella d’una bambina.

Si chinava tra i fiori, saltava le piccole siepi, gettava sassolini per rompere lo specchio delle fontane, faceva una piccola corsa, tornava. Era un po’ accaldata, gli occhi le brillavano, il suo petto si gonfiava per respirare a lunghi sorsi quell’aria profumata, e parlava, parlava, ed ogni piccola cosa la faceva scoppiare in una risata così limpida che i taciturni forestieri si volgevano sorridendo a guardarla.

Egli non viveva di sè, ma di lei sola viveva, con un profondo tremore d’anima e di amor carnale. Udendola ridere, una grande allegrezza empiva il suo recesso cuore; s’ella correva per il giardino, avrebbe voluto egli pure mettersi a correre come un fanciullo; se una cosa le dava godimento, anch’egli ne traeva piacere, nè mai si ricordava per l’innanzi d’aver concepito in un modo così elementare il senso della felicità.

Ma v’era nel suo vigile spirito una parte che rimaneva incapace d’allegrezza e dove il sole del bel pomeriggio non mandava nessuna chiarità; una parte religiosa e recondita, che in lui pesava come su la terra un feretro: quella dove il suo perduto cuore misurava con spavento e con viltà il rimorso della colpa inesorabile.

Ma quando l’udiva parlare, la sua voce stessa gli prodigava gioia, correva per entro le sue vene, scendeva in lui come una musica divenuta piacere; quando la vedeva muoversi, ridere, vivere, splendere, gli pareva che ogni movimento svestisse di quegli abiti leggeri la sua perfetta nudità, e mille volte, in quell’ebbro giardino, tra i fiori gonfi di pòlline, coricava la sua bianca gioventù nel meraviglioso peccato...