— Remi bene tu? — ella domandò al fratello, saltando nella barca ed aggrappandosi a lui per non perdere l’equilibrio.
— Una volta, sì, remavo bene; ma ora forse ne avrò perduta l’abitudine.
Tuttavia non vollero barcaiolo; andaron soli, perchè nessuna vigilanza importuna turbasse il loro intimo godimento. Egli remò con lentezza finchè furono discosti dalla riva, ed ella, cantando, reggeva il timone. Il lago era fermo, senza un’onda nè una scìa. Nella sua limpidità, le alte montagne propagavano una immobile ombra, che pareva subacquea. Le ville, i golfi, le rive, l’aria, l’acqua, la montagna, tutto nello spazio brillava d’un glorioso trémito.
Arrigo la guardava: ell’aveva posato i piedi su lo stesso appoggiatoio contro il quale premeva egli stesso nell’inarcarsi per remare; la gonna corta erale un poco scivolata in su, ed egli vedeva le sue fine caviglie uscire dalle scarpette scollate, poi salire con ugual simmetrìa, come fusi perfetti, e sparire tra i pizzi della gonnella in un principio d’oscurità. Portava le calze di seta, color cenere, traforate, luccicanti. Con la punta dei piedini irrequieti, ogni tanto per ischerzo, ella toccava i suoi. E ridevano, ridevano entrambi, senza parlarsi.
In quella pace, nella lentezza della remata, nel dondolìo della barca navigante, comprendevano come la più dolce cosa fosse guardarsi e tacere.
Egli l’osservava. Nel sole, nella grande vampa, la sua carne s’impregnava d’una trasparenza bionda, come i cálici delle rose tee; la vellutatura della sua pelle brillava minutamente, l’ombre ne parevano più scure. L’esaminò, e si avvide, forse per la prima volta, ch’ella non aveva la bocca pura, non la bocca dei suoi vent’anni, limpida e quasi leggera come lei, ma una bocca sensuale, calda, troppo rossa, troppo viva, una bocca di donna già molto baciata, già esperta di tutte le lussurie che insegna l’amore. E allentandosi nel colpo della remata, con il corpo all’indietro e gli occhi semichiusi, egli si stendeva con un lungo brivido sensuale sotto il bacio di quella bocca impura.
Nel calor del giorno, tra il riverbero del sole sfavillante, lasciava ella pure che le palpebre le scendessero a metà su gli occhi un po’ ebbri di luce; un senso di stanchezza beata le si diffondeva per il viso, per tutto il corpo, inondandola di riposo come dopo una fatica. Ed egli più non rivide in lei quella che nel giardino saltellava tra i fiori buttando ciottoli nelle fontane, ma un’altra, che aveva su la bocca il riso della donna perduta, e pareva quasi addormentarsi dopo aver patito un violento piacere, un’altra, ch’egli si raffigurava distesa in un letto d’amore, nuda, con le braccia lente lungo i fianchi, abbandonata nel soave riposo del piacere sofferto, nuda e stanca in un letto d’amore, con il capo vôlto da un lato fra i capelli semisciolti, la bocca umida, gli occhi appassiti, scuri come le violette...
Egli remava lento, lento, nella infinita luce. Una riva s’allontanava, l’altra era pur lontana, tutto pareva cedere al sonno, sentirsi opprimere dallo splendore, in quel pomeriggio di sole. Passaron presso un pescatore, che aveva la sua barca ferma e la lenza nell’acqua. Piano piano, senza far romore, scivolaron oltre.
Egli l’osservava: teneva in una mano e nell’altra le due funicelle del timone; ma le due mani le riposavan nel grembo, semiaperte, quasi addormentate, sicchè al più leggero strappo del timone avrebber forse lasciati sfuggire i due cánapi. Quelle mani, il sole le dorava; parevan un po’ scure su la bianchezza della gonna. Anch’esse, come la bocca, non rivelavano alcuna purità. Eran fatte per tutti i peccati, erano destinate ad infliggere carezze tormentose, avevan nella lor forma innocente qualche segno che ne tradiva l’attitudine al vizio. E sul viso caldo, su la bocca un po’ arsa, per tutto il corpo affaticato dal lungo desiderio, egli sentì passare la carezza di quelle mani lascive, una carezza che lo snervava e lo torceva, prodigandogli una voluttà piena di morte, dalle radici dei capelli fino all’ultime sue vene. Allora lasciò i remi, si curvò innanzi e la baciò.