per saper quel che tu sai,
per star dove tu le stai...»
— Cantano... sono allegri! — disse Loretta con invidia. — Io non lo sono più.
Egli riprese, come per ischerzo, la cantilena:
«Tutto quanto le darei
per far come fai con lei...»
— Vanno a pesca? — domandò Loretta.
— Forse vanno solo per cantare.
Quand’erano soli, quando faceva un po’ scuro, quando si toccavano, l’interiore fantasma s’impossessava del loro turbamento. Era un male che cominciava col desiderio d’un bacio, e passava dall’uno all’altra, come una catena che stringesse le loro carni fraterne; poi girava, s’attorcigliava in serratissimi nodi, fino a curvarli entrambi sotto l’oppressione del suo peso. Ella sentiva il bisogno di abbandonarsi nelle sue braccia, egli provava con iracondia la tentazione di afferrarla e stringerla fino al dolore; ma in entrambi, anche in lei che si offriva, era una invincibile paura. Una paura gelida, radicata nell’essere, una paura che li attraeva diversamente e diversamente li separava. Eran come due sitibondi, legati presso la medesima fontana, così che potesser tender le labbra sino ad un pòllice dall’acqua, fin a sentirne la chiara freschezza e respirarne l’umidità, ma senza riuscire ad intingervi le labbra, mai. Tra la lor sete e la fontana c’era quel póllice di spazio che non li lasciava bere.
— Vorrei che un uomo potesse dirmi perchè mai ti ho dovuto amare! — esclamò Arrigo. — Vorrei me lo dicesse un uomo che conosca tutte le anime e tutti i peccati, un prete per esempio. Ma io non oso confessarmi di questo peccato. E poi, che serve? Anch’essi non san nulla; nessuno sa nulla di tutto ciò.