Ma egli la persuase con dolcezza:
— Domani faremo una gita, bisognerà levarci di buon’ora. Va e dormi.
Egli rimase a camminare nell’atrio lungamente, poi scese di nuovo nel giardino, tornò verso il lago. Vide la camera illuminata sul terrazzo del primo piano; quella intensa luce lo affascinava, distogliendolo da ogni altro pensiero.
— Lora si spoglia, — pensò. E vide gli abiti che si toglieva, ne sentì l’odore.
Le sue braccia lo tormentavano, il petto che le usciva dalla camicia di batista gli sbocciò nel pensiero come un mazzo di fresche rose; i suoi piedini ancor calzati, li vide che andavano qua e là, per la camera, con quella irrequietezza or pigra or frettolosa della donna che si spoglia. — E adesso Lora si péttina, — pensò. E intese il crepitìo del pettine di tartaruga nella treccia disciolta. L’odore di quei capelli empì l’aria per dov’egli passava.
La vide curva sul catino a rinfrescarsi la faccia; immaginò che per una sua civetteria feminea s’incipriasse tutta, prima di coricarsi. Quell’odor morbido della cipria e della sua pelle profumata, commisto insieme, gli alitò sotto le narici come una cosa viva. Ed egli la vide sedersi vicino al letto, stirarsi un poco nella pigrizia, nella delizia dell’imminente riposo, accavallare una gamba su l’altra per togliersi la scarpina, lasciarla cadere su lo scendiletto, poi farsi scorrere lentamente, giù dal polpaccio, la finissima calza nera, ed il piccolo piede uscirne, polito come un gioiello d’avorio, inquieto nella sua forma sottile, nervoso come una mano. Indugiare un poco a togliersi parimenti l’altra scarpina, l’altra calza, guardarsi intorno con quello sguardo svogliato di colei che non vorrebbe dormir sola, poi levarsi, prendere di su la coltre una bella camicia tutta pizzi e nastrini, prepararla con qualche movimento carezzevole, slacciarsi quella che portava indosso e lasciarla scivolare giù, come una guaina, con un sorriso lento....
Si andava per l’ultima volta a guardar nello specchio, poi si coricava.
Egli si raffigurò queste cose minutamente, angosciosamente, come alcuno che bevesse a piccoli sorsi un veleno soavissimo. La tepida notte lo fasciava di profumi troppo forti; un indefinibile silenzio pieno d’agitazioni pendeva tra cielo e terra; la nascosta vita notturna si moltiplicava intorno a lui, nell’ebbro giardino.
Traverso il fogliame degli alberi guardava con una specie di stupefazione quella finestra illuminata, sul terrazzo del primo piano.
D’un tratto, non potè più resistere a quelle visioni, traversò il giardino in fretta, e salì.