Ella era uscita sul terrazzo deserto, s’era stesa pigramente nella poltrona a sdraio, ed or l’aspettava, guardando nel miracolo della notte, ove tremava con una specie di furiosa intensità la magnificenza delle stelle.

— Che fai lì fuori? Non ti sei dunque coricata?

Un po’ ebbra di stelle, di silenzio e d’amore, tese a lui le due braccia senza rispondere.

— Perchè non ti spogli? — domandò egli ancora.

— Aspettavo te, — ella rispose con una voce lenta, un po’ velata.

Il lieve alito notturno era passato fra i suoi capelli; nel suo viso batteva la bianchezza del raggio lunare. — Fa umido la sera, — egli osservò; — non rimaner fuori troppo a lungo.

Poi, volgendosi con rapidità: — Ora è tardi, — le disse; — dormi bene. Addio.

— Rigo... — ella profferì a bassa voce, quasi fosse ancora sperduta nel sogno. E v’era un poco d’ebrietà nella sua femminile indolenza, ne’ suoi modi ambigui, nella voce con cui lo chiamava. — Rigo, vieni qui: siéditi.

Gli fece un piccolo posto accanto a sè. Egli ubbidì silenziosamente. Il calore di quel dolce corpo gli si propagò nelle vene come un piacere avvelenato e lentissimo. Stava curvo sopra il suo volto; le mani della fanciulla gli carezzavano i capelli, la fronte.

Allora ella si mise a parlargli piano, facendo lunghe pause, con trepidazione.