La notte s’inoltrava, limpida, quasi tremante, verso i culmini del suo glorioso fulgore, disseminando nella curva dell’infinito una più grande magnificenza di stelle. Il lago, le rive, abitate dall’ombre notturne, invase dall’ambiguità del silenzio, si vestivan di bianchi splendori nell’incantesimo della notte.

Trascorse un tempo che a lui parve infinito, poi gli sembrò di comprendere ch’ell’avesse cominciato a svestirsi. Non più intese per il pavimento il rumore de’ suoi tacchi sottili, ma il camminar soffice di due pianelle che andassero frettolose; allora ebbe la tentazione d’accostarsi all’uscio interno, che li divideva, e mettersi ad ascoltare. Ma subitamente invece la porta verso il corridoio s’aperse, ed ella entrò.

Era in vestaglia, paurosa, pallida, e ristette sul limitare. Egli balzò giù dal letto, rimase attonito a guardarla.

— Che vuoi?... — balbettò con voce soffocata.

— Nulla, — rispose. Lo guardò. Negli occhi alterati aveva una luce insolita; l’espressione di quel viso era singolarmente mutata. Qualcosa di aspro e di selvaggio era pure in lei, nella sua bocca per solito così ridente.

— Non dormirai stanotte?

— No.

Allora il fratello si mise a camminare cupamente per la camera, senza passarle vicino, come se meditasse contro lei qualche orribile cosa.

Ma rapidamente aperse la finestra ed uscì sul terrazzo.

Roteavano tutte le stelle, per l’immensità piena di tremito, come un turbine di coriandoli d’oro.