Ella, furtiva, gli scivolò appresso, così leggera che non la udì, e gli si appese al collo. Non aveva più busto, non aveva più che una vestaglia quasi diafana, che mal nascondeva la camicia ricolma e la gonnella corta; il suo corpo gli si fasciava intorno alla persona come una morbida sciarpa di seta si fascia, nel vento, intorno al collo che la porta. Le si disfecero anche i capelli, ch’eran tenuti da un pettine solo, e, senza cadere del tutto, gonfi e morbidi le ingombrarono la nuca.

Dolorosamente, amaramente, le loro bocche si congiunsero. Ella sentì così vicino lo spasimo della dedizione che s’attorcigliò a lui come un’edera, gli si avvinse intorno come un nodo.

La polvere di gelsomino volava in alto a vampate, ondeggiava per l’aria soffice, divampava dall’aperto giardino come un incenso invisibile: ogni cosa per intorno pareva esser pregna di quest’odore possente. Una fontana sola dominava il silenzio della notte, lanciando i suoi fili d’argento nell’intrico dei rami frondosi, dove, ad intervalli, un’ombra si mutava subitamente in splendore.

Tutto quanto avevano sofferto, patito, rifiutato al proprio desiderio colpevole, si disperdeva come un fumo di sterpi nella vertigine di quell’ora. Nulla più li divideva, se non il terrore di quella immensa gioia; l’indugio stesso che frammettevano al loro peccato era un peccato infinitamente più grande.

Ella si perdeva, ridendo e singhiozzando, sotto le sue carezze molteplici; nella gola turgida le saliva già il grido felice di quel vertiginoso dolore.

Ebbro di averla toccata, egli la sollevò nelle braccia, ed il suo peso non gli fece compiere che uno sforzo lieve. Aperse l’uscio serrato, la portò nella sua camera. Il pettine che le ratteneva i capelli, cadde sul pavimento, rimbalzò; le belle trecce le si diffusero per le spalle seminude, mentre si teneva strettamente al suo collo formando con le braccia avvinte una forte catena. I suoi piedini gli battevano contro le ginocchia, nel camminare. L’adagiò sul letto, e, curvatosi, immerse la bocca nel tepore della sua gola palpitante, mentre la vedeva contorcersi e tremare di sofferenza, quanto più, nel delirio, con le sue disperate labbra egli la baciava.

Allora strappò i vestiti da sè, da lei, furiosamente. Si sentiva rombar nelle tempie l’urlo della notte infinita; perdeva la conoscenza d’ogni altra cosa che non fosse quella carne viva.

E la freschezza della coltre li raccolse in un sol nodo convulso, li strinse, bocca su bocca, in un terribile disperato piacere...

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Nel suo letto insonne di vergine ell’aveva imparato l’amore; nelle origini stesse della sua vita un oscuro istinto l’aveva irrimediabilmente condannata a peccare; il suo grembo di donna la condannava ad essere un delizioso e temibile strumento di voluttà.