Era inconsapevolmente lasciva; tutti i peccati della carne possedevano già il suo corpo intatto. Gli dava da bere il suo fiato, lo soffocava ne’ suoi capelli, si raccoglieva i seni come due bei grappoli maturi e li offriva crudelmente alla sua bocca, perchè ne godesse il sapore; si torceva con agile furia, battendo insieme le ginocchia nell’impazienza dello spasimo da cui voleva sentirsi ferire.
Ma in quell’attimo, dalle radici più vive dell’essere, un male opaco, denso come fumo, greve come piombo, traboccò nelle sue vene, pervase il più profondo gorgo della sua vita, la ruppe nelle giunture, le si strinse intorno alla gola come un capestro soffocante. Ed in quel male torbido, così vicino all’urlo del piacere, tutto l’odio virgineo che portava nel grembo inconsapevole si ribellò nell’attimo della dedizione. Con le sue mani, ch’eran state lascive, cercò di respingerlo, di afferrarlo, serrando la sua gola, torcendo la sua bocca umida, graffiandolo nel viso; e mentre pativa il bisogno di sentir infranta per sempre la disperata sua verginità, d’un tratto le forze l’abbandonarono, la vita le sfuggì dalle vene con un lievissimo grido.
Allora egli vide subitamente in quella faccia svenuta, come nella trasparenza d’un’acqua ferma, salir la faccia grave del lor padre taciturno, aprire su quelle palpebre chiuse i suoi dolorosi occhi pallidi, scavare in quelle piane tempie le fosse delle sue tempie senili, e vide nella faccia della sorella svenuta le scarne fattezze di lui, la fronte carica d’anni, l’amara bocca dalle labbra esangui, che si movevano per maledirlo...
Un abominevole terrore lo colse; di nuovo il cilicio della colpa non consumata lo ferì nella carne, fin nell’anima, con più irte spine. Balzò indietro, come di fronte ad un fantasma, e perdutamente fuggì.
Passava la notte glauca per il cielo della prima estate; le stelle splendevano così vicino alle finestre, che pareva, stendendo una mano, di poterle quasi toccare...
La mattina dopo si guardaron in faccia, lividi, come se avessero commesso un delitto. A lei dolevano tutte le membra; i nervi esasperati le vibravano come funi troppo tese; le alitava intorno alle narici un profumo voluttuoso di baci. E sentiva solamente il bisogno di giacer supina, fra le carezze di quell’amante che amava, e dargli tutta sè stessa come una coppa traboccante, e soffrire da lui quel maraviglioso dolore, ch’egli le aveva crudelmente risparmiato. Pur affranta com’era, le pareva che mai le sue vene si fossero sentite così gonfie di vita, che mai l’urto del suo sangue le avesse portato al cervello una più torbida voluttà. Sentiva un bisogno quasi malato di tornargli vicino, di accarezzarlo con tutto il suo corpo, con tutta l’anima sua, poich’egli portava in sè il piacere inebbriante, e si sarebbe inginocchiata con umiltà pur di goderne ancora la struggente inquietudine.
Ma nella faccia di lui, devastata e folle, non era che una enorme paura. La paura di quegli occhi pallidi che lo avevano guardato, la notte, d’improvviso, fra i baci. E rivedeva la faccia grave del lor padre taciturno, la senile bocca maledicente, su cui s’era trovato curvo nell’attimo estremo, quando stava per impadronirsi di lei.
Già, per ogni angolo, sovr’ogni cosa, rivedeva quella immagine, velata di silenzio e di malinconia. Era il fantasma che andava insieme col suo peccato, che gliene avrebbe ora e per sempre impedita la consumazione. Tra lui e lei c’era lo sguardo di quegli occhi pallidi; nella vampa stessa del suo desiderio quell’ombra passava come una fredda minaccia. Su la bella bocca profanata vedeva rinascere la memoria, il segno quasi, dei loro baci; ma quando più la tentazione attanagliava il suo cuor maledetto, ecco fra loro lo spettro paterno, la sinistra pallida faccia che appariva nel viso di lei.
Allora capì d’essere dannato, capì che uno spavento inesorabile ormai dominava il suo spirito, e lo piegava, e lo teneva prigioniero, trascinandolo, quasi alla catena, come un cane sitibondo lungo la riva d’un fiume. Comprese di non essere più padrone della propria volontà e di non potere nè ribellarsi nè ubbidire a sè medesimo, poichè fra lui ed il suo amore c’era tutta la potenza di quella legge umana che le più forti anime talvolta non riescono a sovvertire, c’era lo sgominio invincibile del peccato che in tutti i tempi era stato maledetto, c’eran le oscure leggi della procreazione e del sangue, c’era la forza terribile delle parole, che vieta di chiamare amante una sorella e vieta che il nostro desiderio si fermi sul limitare della casa dov’ebbimo la culla, dove arde la fiamma inviolabile del focolare, dove siede il nume domestico a tutela della perpetua famiglia.