Comprese pure d’essere un debole, cui facevano paura le grandi anomalie della vita, un timido, che preferiva languire sotto il flagello del suo male anzichè impadronirsi d’una spietata felicità.
Solamente una grande anima può essere capace d’un grande peccato ed è molte volte più facile riscattarsi nel terrore della colpa, che affrontarne con tutto l’animo la tragica bellezza. Per concedere al proprio desiderio quella stupenda e orrenda libertà, che non riconosce divieti, bisogna disprezzare infinitamente gli uomini e tutto ciò che ubbidisce a pregiudizi umani. Ma egli non era che la vittima del suo fenomeno d’amore, nè sapeva in alcuna guisa divenirne il padrone. Aveva guardato infatti con occhi temerari verso le cime ove spazia l’anima dei veri sovvertitori; ma forse gli mancava quella coscienza dell’individuale arbitrio che sola poteva uguagliare il suo coraggio alla temerità del volo: una legge fortuita aveva imprigionato in quest’uomo mediocre l’amore d’un dio.
E però tentava liberarsene con ogni potere della sua volontà, riconoscendosi pieno di umili paure davanti alla fiamma di una così grande passione. Ma colui che dice a sè stesso: «Diméntica!» — non fa che insidiar la sua colpa con una tentazione più forte, non fa che avvelenare il proprio desiderio con l’attesa di una più grande voluttà.
Egli aveva passata la notte insonne a ragionar con sè stesso, a prevedere ogni possibile conseguenza, e n’era uscito con un proposito fermo: quello di allontanarsi dalla sorella, di non più rimanere un istante vicino a lei, perchè solo nella fuga, nella lontananza, nel tempo, egli ancora vedeva una remota salvezza.
Le andò presso, le parlò come non aveva mai parlato ad alcuna creatura del mondo, tanta era la dolcezza che traboccava dalle sue parole.
Disse d’aver pensato a sè stesso ed a lei, a lei sopra tutto, e d’aver compreso che stavano per prepararsi entrambi, con le lor proprie mani, una irremediabile rovina. Ch’ella era giovine, e doveva pur vivere, mentr’egli non avrebbe mai consentito a dividerla con chicchessia. E nessuna illusione le facesse velo. Oggi, forse, la sua gioia più grande consisteva per lei nel sacrificio di sè stessa, ma inevitabilmente verrebbe un giorno, e forse non lontano, in cui se ne sarebbe troppo tardi pentita. Infatti, quante aspirazioni, quante impazienze già non tormentavano la sua fervida giovinezza! Poich’ella era una bambina di vent’anni, ed a vent’anni l’amore, anche un’amore così torbido, non può essere che una ventata sentimentale, un soffio di perverso ardore, che sfuma e passa e non lascia memoria di sè... Poi, a lungo andare, nulla si può nascondere. La gente, prima o poi, se ne sarebbe avveduta. E allora?... Si sentiva ella il coraggio di subire apertamente una tale vergogna? Li avrebbero tutti esecrati, fuggiti come due cani lebbrosi, come due stregati, e non sarebbe rimasta per loro nè famiglia, nè amici, nè avvenire, nè pace, nè alcuno di que’ conforti umani che pur son necessari ad ogni creatura. Inoltre non eran ricchi, e bisognava quindi che, ognuno per la propria strada, provvedessero all’avvenire, visto ch’entrambi s’eran scelta una via diversa da quella ch’era segnata nel lor destino. Ricchi forse, molto ricchi, avrebbero potuto fuggire in un paese dove nessuno li conoscesse nè potesse conoscerli mai, e là dimenticare ch’eran nati dalla stessa madre, dallo stesso padre, per solo ricordarsi che si amavano.
Ma se pure questo fosse, avrebbero mai trovato pace nella lor propria coscienza? «Ricórdati! — egli le diceva; — tutto si può far tacere, tranne la voce inesorabile che si alza dall’intimo del nostro cuore. Ed il rimorso, vedi, è il nemico più terribile fra quanti ci riserba la vita.»
Non solo; ma se un figlio nascesse dal lor peccato? se mai dessero al mondo una creatura così maledetta fin dall’origine? se di lor due, fratello e sorella, si generasse una creatura infamata, esclusa da tutte le leggi umane, che li avrebbe fatti tremare ogniqualvolta pronunziasse con la sua bocca infantile quelle prime parole che si balbettano: «mamma, papà...»
Aveva mai pensato a tutto questo, lei? No certamente; perch’era giovine ancora, inesperta d’ogni pericolo, e si lasciava prendere senza riflessione dalla follìa del suo amore, ch’era solamente «il suo primo amore...»
Anche per lui era il primo, il solo, veramente l’unico. Ed ella ne sarebbe certo guarita; egli no. Egli avrebbe fatto il possibile per dimenticare, ma tutto questo non avrebbe servito che a mescergli nelle vene più profondamente il suo velenoso male. Per lei, senza dubbio, non era che un capriccio lieve, una folata di vento, un’ondata impetuosa di calore ne’ suoi freschi vent’anni... Oh, non dicesse di no! Egli lo sapeva bene, e questa era forse la sua tortura più grande. Ma egli era invece un uomo già maturo, ed anzi, un uomo rimasto fino allora insensibile a tutte le passioni; cosicchè gli si era scatenata nell’anima una buia tempesta, una di quelle tempeste che travolgono e distruggono intera una vita. Per quanto lottasse con ogni sua forza, ormai non v’era più scampo; in lui era entrato subitamente un altr’uomo, ben diverso da quello ch’egli era stato fino allora; la sua mente, il suo cuore, i suoi sensi, tutto era mutato. La sua libera gioventù si era incatenata il giorno ch’egli aveva cominciato ad amarla, ed ormai viveva come sotto la magìa d’un sortilegio, non sapeva più dominarsi, era uscito di sè.