Ma i giorni passavano e dal fratello non riceveva parola; più volte giunse fino alla sua casa ed immutabilmente la trovò chiusa. Egli non aveva nemmeno scritto a Filippo; nessuno poteva darle notizia di lui.

Quante lacrime pianse, quanti giorni passò di attesa e di malinconia! Era malata: il suo corpo sfioriva. Ma ora una specie di rancore sordo le si levava nell’anima contro lo scomparso, che lontano da lei conduceva una vita ignota, forse gaia, dopo averla condotta su l’orlo del più dolce pericolo; un rancore fatto solo di voglie sensuali, che l’abbattevano sempre più, mettendole intorno agli occhi due grandi cerchi neri e nelle braccia e nelle ginocchia e per tutto l’essere una infinita stanchezza. Si doleva dell’amor perduto, ma insieme di tutte le speranze ch’eran morte con esso. Quei fratello doveva aprirle il cammino della vita, iniziarla per le secrete vie dell’amore, condurla piacevolmente verso il paradiso de’ suoi frivoli sogni.

Ed ecco, era di nuovo sola, stretta nei vincoli che aveva desiderato spezzare, con il triste peso nell’anima d’una colpa non vinta nè consumata. Cos’eran quelle orribili parole ch’egli le aveva dette? Cos’era mai quella improvvisa tragedia nel loro sorridente amore? Spesso la memoria di quella faccia sconvolta le incuteva paura; il pensiero stesso di quell’unica notte le riviveva nella mente come la sensazione d’un incubo angoscioso.

Cominciò con pensare che, s’egli pure tornasse, non avrebbe più potuto stargli vicino senza tremarne, senza rivedergli nel viso livido la disperazione di quel mattino. Ed ora considerò anche il pericolo di cui egli le parlava, comprese lentamente l’orrore ch’egli le aveva dipinto, guardò nel precipizio sul quale non sapeva d’essersi chinata.

Il suo lieve cuore ne fuggì via come una timida farfalla.

Intanto avanzava la stagione calda, con certe lunghe snervanti giornate, che la opprimevano di malinconia. Per quell’estate imminente aveva pensato che la sua vita sarebbe ormai diversa, ed eccola invece di nuovo nella odiata bottega, tra i vincoli mediocri della sua famiglia, più malcontenta, più sola che mai.

Passeggiava per lunghe ore, sfaccendata, nei parchi ombrosi, rammentandosi ad uno ad uno i suoi piccoli sogni. Si sentiva battere il cuore troppo giovine, aveva una gran voglia di ridere, e non poteva. Camminando, trovava qualche inseguitore; le dicevan cose provocanti, la tormentavano, chi per il suo bel collo nudo, chi per il suo piede fino. Andava oltre senza curarsi di alcuno. Ma ciò che non poteva tralasciare, per quanto fosse malinconica, era di fermarsi davanti alle modiste, con l’ombrellino poggiato su la spalla, un piede innanzi all’altro, in estasi. Che bei cappellini di paglia usavano quell’anno!...

Qualchevolta le faceva pure invidia qualche lenta coppia d’innamorati che vedeva camminar sottobraccio per i viali dei giardini. Era il momento che i tigli fiorivano ed i lunghi rami dei lilla si sciorinavano sui prati. La sera, qualche finestra rischiarata le metteva un brivido nel cuore; qualche uomo, per la strada, nel passarle accanto, le faceva sentire il bisogno di stringersi tutta in sè stessa, come se l’avesse toccata; una musica la tormentava, un libro la snervava, e la notte fin tardi non poteva dormire.

Un giorno incontrò Rafa. Ne divenne rossa fino alle radici de’ suoi capelli biondi. Voleva non fermarsi, ma egli le si mise appresso. Allora, per liberarsi da quell’inseguimento, su l’angolo d’una piazza, irresoluta, si fermò.

Rafa le parve quel giorno più bello che nel tempo trascorso, e quand’egli la supplicò d’un convegno con le più calde parole che sapeva, quando le propose lì per lì d’entrare in una confetteria vicina, dove certo non sarebbero veduti, a ber qualcosa e discorrere un poco... senza sapere perchè ubbidisse, quel giorno Loretta lo seguì.