Una tempesta sensuale s’era scatenata in lui: quest’uomo s’era lasciato pervadere i sensi da una febbre che lo transfigurava, ed il suo mondo interiore non era più che una vicenda continua di allucinazioni, le quali raffiguravan tutte, benchè diversamente, la nuda gioia dell’amplesso. Quest’atto barbaro e dolce era il centro intorno a cui roteava il suo torbido universo.

Da cose fortuite, in lui scaturivan immagini di carnale amore; il suo cervello ed i suoi nervi eran stremati dalla fatica eccessiva di questo continuo desiderio. Non più lei sola egli amava, ma in lei sola tutto ciò che fin dai primi anni aveva tormentato in modi oscuri la sensuale inquietudine, la pericolosa febbre del suo latente vizio. Ed ecco ella diveniva più che mai la forma del piacere inaccessibile, il fuoco dell’ingaudibile amore, il filtro che dà la morte soave, il profumo che addormenta in un sogno di voluttà paradisiaca.

In quei giorni di solitudine aveva ripensato alle vicende trascorse. Perchè non aveva egli osato impadronirsene quand’ella si offriva a lui con tanta passione? Una volta ella gli aveva pur detta semplicemente una verità profonda; gli aveva detto: «Il male più grande è non avere il coraggio d’essere felici.» Oh, se l’avesse ascoltata! Ora certo non si troverebbe in quello stremo d’angoscia e d’aberrazione. Perchè non aveva continuato ad essere, secondo il suo principio, uno spavaldo mietitore d’allegrezze, un vuotatore di calici colmi, un di que’ freddi e temerari uomini che sanno escludere da sè stessi la paura del rimorso?

A quest’ora forse ne sarebbe sazio, forse continuerebbe a trovare in lei un insaziabile piacere; ma in ogni modo, nel precario senso e nel disordine di tutte le cose umane, la loro colpa non avrebbe avuta la coscienza di urtarsi ad insuperabili divieti, così come nulla impediva che due rondini della medesima covata formassero insieme il lor nido, sotto una gronda, alla nuova primavera. Chi mai s’era levato dalle radici oscure del suo essere a vietargli questo atto di libertà? Quale forza inconoscibile custodiva colei che si chiamava sorella, contro il suo colpevole amore?

V’era dunque intorno ai focolari delle famiglie una legge sacra, non fatta solo dall’arbitrio degli uomini, che malediva i connubî incestuosi e puniva con una morte lenta colui che osasse per avventura spingere lo sguardo sotto le coltri delle sorelle addormentate?

Perchè mai, se alcune v’erano tra le creature femminili, così inflessibilmente vietate al nostro desiderio, perchè mai queste appunto potevano con tanta veemenza parlare a’ suoi sensi? Perchè mai egli, ch’era stato per l’innanzi uno spavaldo possessore del cuor femminile, tremava ora e di voluttà impallidiva, solo pensando alla forma che aveva il suo polso, all’ombra che si formava leggerissima nella piegatura del suo braccio, a quelle sue fine caviglie, che irrequiete apparivano e sparivano tra il muoversi della balza? Oh, se avesse potuto ricevere da un’altra amante queste gioie tormentose! Ma no! ella era piena d’un sapore che all’altre mancava; su lei era sparsa la tentazione come il profumo è quasi tangibile su le corolle di certi fiori. Si chiamava sorella, e la purezza prestigiosa di questo nome pareva ravvolgerla in un velo che tradisse perversamente la sua scintillante nudità.

Tornò con l’anima buia, per vederla o per prenderla, per fuggire da lei o per fuggire con lei, per inginocchiarlesi ai piedi o per rovesciarla brutalmente sotto la forza delle sue dure braccia. Una sola cosa egli conosceva esattamente: l’impossibilità di continuare a starne lontano.

Ed anche aveva inutilmente lottato contro una cieca gelosia, poichè sapeva che un altr’uomo le stava intorno, scaltro e paziente, capace di offrirle tutto quello che a lei potesse piacere. Ne avevano celiato insieme i primi giorni, anzi l’aveva egli stesso ammaestrata nel coltivare la sua piccola tresca. Ed ora, quell’uomo, egli l’odiava; non di rado, nel pensare a quell’uomo, egli presentiva un oscuro pericolo, si lasciava prendere da tentazioni criminose. Con la singolare preveggenza di chi ama, egli tornò sopra tutto per impedire che da costui gli fosse tolta.


Giunse, quando la città riposava in un lento crepuscolo d’estate, mentre la rossa nube di calore che tutto il giorno l’aveva oppressa ed incendiata, lentamente si andava sciogliendo nella ventilata ombra della sera.