Non seppe mai cosa fece o dove andò quella notte. Una specie di follìa calma e lugubre s’impadroniva del suo spirito, ed egli entrava nella tragedia imminente con una spaventosa lucidità.

Non di rado, quando la vita d’un uomo è giunta vicino alla sua catastrofe, il senso inerte e vacuo dell’irreparabilità dilaga nel suo mondo interiore, come se tutta la potenza dell’anima volesse per un istante riposarsi, prima di affrontare, benchè invano, la battaglia definitiva.

Egli si senti del tutto solo nella vita, e questo senso della solitudine, che non lo aveva spaventato mai, dette al suo cuore uno smarrimento infinito. Lo avevano messo fuori dalla sua casa, bandito come un essere immondo; gli pareva che tutta la famiglia umana rifiutasse di considerarlo de’ suoi, perchè aveva peccato contro la legge sacra delle parentele, aveva nascosto nella cenere del suo focolare il serpe che avrebbe avvelenata l’ara della pace domestica.

Egli, che non aveva mai pensato a discernere il bene dal male, sentì in quell’ora tutte le colpe della sua vita trascorsa. Aveva voluto vincere il proprio destino, arrampicarsi con l’unghie e coi denti per un’erta che non era la sua; spronato da un’ambizione meno che mediocre, tutte le frodi gli eran parse buone per facilitare la sua dura conquista. Ed aveva neglette in quell’opera vana le qualità che avrebbero potuto fare di lui un uomo rispettato ed onesto, forse un uomo veramente superiore.

Ma la fatalità lo aveva inseguito, attenta e ben nascosta, nell’ombra del suo cammino. Adesso lo vinceva; i frantumi del suo lavoro paziente cadevano in polvere intorno a lui. Ma tutto questo era ancor poco, in paragone dell’altra sciagura.

Quella che amava, quella che un tempo divideva il suo male, rendendolo quasi dolce, quella che si era curvata con lui, più volonterosa di lui, su l’orlo dell’abisso ineffabile, caduta già nelle braccia d’un altro dimenticava il peccato. Per quanto fosse orrida la sua speranza, egli non poteva nemmeno più sperare. Ella si era dunque lasciata vincere dal ribrezzo, si era vergognata, o forse aveva riso di quell’amore ch’era stato fra loro, e con lieta indifferenza si prodigava, nelle braccia d’un altro, il più spensierato oblìo. Egli le avrebbe fatto orrore, se ancora l’avesse baciata come una volta, e di lui non poteva ella provare che una pietà profonda.

L’uomo ragionava di queste cose con una tranquillità mortale. Ma una speranza tenue, una di quelle speranze irragionevoli che nascono dalle somme disperazioni, ancor balenava nella sua morte interiore.

Era fuggita, ma sola forse, fuggita per cercare di lui... Come saperlo?

Si trovò, la mattina dopo, in uno stato quasi d’incoscienza, davanti al palazzo Giuliani. Guardò nella corte; le scuderie eran chiuse; le finestre dei primi due piani similmente chiuse; tutto il palazzo aveva quell’aria disabitata che assumono le case patrizie al tempo delle villeggiature. Entrò in portineria per domandar di Rafa; gli fu detto che lo credevano in campagna, a Villa Ippolita, con tutta la famiglia. Era partito in automobile.

— Da quando? — egli domandò.