— Forse da una decina di giorni, o poco più.
Tornò fuori. Il selciato delle strade, acceso dal sole, gli feriva dolorosamente gli occhi; qualche volta gli pareva che i muri delle case si chinassero su di lui.
Nel suo freddo incubo, immaginava ora una scena selvaggia; si vedeva davanti a Rafa, in una stanza chiusa, laggiù, chissà dove, lor due soli. Gli pareva di sentirsi nelle braccia una forza raddoppiata, e che l’altro ne tremasse. Gli diceva (ma non era precisamente lui, e non era la sua propria voce): «Tu me l’hai presa, è vero? tu le hai fatto gridare il suo primo grido... tu l’hai avuta, nuda, fra le tue braccia... è vero? Ed io t’uccido!» In sè, profondamente, sentiva la gioia della morte che avrebbe data. Gli diceva: «T’uccido!... ma lentamente, non súbito, non d’un colpo: devi patire.»
S’avvicinava, lo prendeva per la gola, lo spegneva, piano piano...
Nella mattinata la città operosa viveva d’una vita confusa ed ilare; il fragore delle strade gli parve assordante.
— «S’egli è a Villa Ippolita, ella non dev’essere lontano, — pensò. E poi di nuovo l’assurda speranza s’infiltrava nel suo cervello: — Forse non è con lui; forse mi cerca.»
Ma perchè non gli aveva scritta una sola parola, foss’anche per dirgli: — «Mai più»?
Si accorse di avere un aspetto bizzarro, perchè molti, passando, lo guardavano. Frattanto studiava il modo migliore per ritrovar le tracce di Loretta; ma nel disordine della sua mente le idee si disperdevan come fumo. Allora pensò di rivedere i consueti amici, poichè, nell’interrogarli destramente, avrebbe forse attinta qualche notizia sul conto di Rafa. Passo passo, meditando, si recò alla bottiglieria dov’era solito fare una sosta prima della colazione.
Il consueto crocchio s’era diradato assai, perchè molti eran già partiti per le villeggiature, si erano dispersi qua e là, nei soggiorni estivi.
Taluno, al vederlo, ebbe un’esclamazione di stupore: