E quel giorno ch’era stata sua per la prima volta, quando già da un pezzo egli si sentiva amato, e già le sue calde labbra si erano date a lui, di sera, nell’ombra, con brivido, su l’orlo d’un pericolo meraviglioso. A quel tempo era singolarmente bella, ravvolta in un colore di poesia, con l’anima che mandava profumo; nella sua semplicità era qualcosa di prezioso; l’essenza intima della sua persona somigliava singolarmente a certe materie fragili, profumate, rare, come l’antico avorio, come l’ambra soave...

Poi, lentamente, la sazietà, la noia, il disamore. Quante lacrime le aveva egli fatte piangere! Quante ore di sconforto aveva portate in quella casa, dove adesso tornava, sopraffatto egli pure da una di quelle tempeste che soverchiano il cuore...

Ell’aveva ora qualche capello bianco; però non si tingeva, per onestà forse o forse per disattenzione. Ma egli ne aveva rabbrividito qualche volta nel baciarla. E, se non poteva nascondersi l’evidenza di quello sfiorire, il doverlo sopportare in silenzio talvolta gli eccitava nello spirito un rancore ingiusto contro di lei. Nel ridere, la sua bocca un po’ sciupata, i suoi occhi un po’ stanchi, s’increspavano di leggerissime rughe; intorno alle sue narici estremamente fini, e nel cavo degli occhi, sotto il mento, intorno alle vertebre del collo, si raccoglieva talvolta una indefinibile ombra, quell’ombra delle cose che stanno per mutar forma, che già furono belle ed accennano a finire. Ma egli non poteva dirle che sentiva il freddo di quelle ombre, nè dirle che, pur tacendo, gli salivan talvolta fino all’orlo della bocca certi acutissimi scherni...

Ell’aveva conservata un’ossatura da signorina; le sue braccia nude, nell’avvincersi a lui, sapevano ancor fare quel nodo lento e forte che fanno le braccia delle amanti giovini; ma il seno fiacco le s’inaridiva; la sua pelle, fattasi quasi opaca, non tramandava più quell’odor lussurioso che la donna sparge fra le coltri quand’è nel suo fiore. Egli doveva qualche volta chiudere gli occhi e sognare un’altra carezza, un altro amore, anche di strada, ma sul quale non fosse caduta la sottile cenere del tempo.

E come confessarle: «Non te bacio col mio tepido bacio... non te, ma la giovinezza d’un’altra, e mi riscaldo nel calore d’un’altra e bevo su la bocca d’un’altra questa voluttà che ti simulo...» Come dirle una simile cosa?

E però metteva nel saziarla una specie d’involontaria crudeltà, poichè in lei rimaneva la febbre, il desiderio più giovine degli anni, la voglia inestinguibile in tutte le creature, di piacere ad un’altra, di ricevere da un’altra il piacere. In lei rimaneva il triste furore della passione, come un bócciolo ancor verde sopra una pianta che vada sfiorendo; e qualche volta, sotto l’ombra della sua fronte chinata, ella pareva guardarlo con infinita malinconia.

C’è un momento nella vita della donna, in cui tutte le virtù che sono state o che potevan essere nel suo cuor femminile par si radunino insieme per comporre una fedeltà unica, una sola poesia. Ed è allora che nel suo amore pénetra un senso vago di maternità, si fonde una tenerezza sororale, nasce un bisogno di proteggere, di consolare, di porgere aiuto, come se nel suo cuore di amante vivesse insieme la casta misericordia d’una suora di carità.

Ed è forse l’estrema, involontaria civetteria, della quale si orna la donna, l’ultimo abito che si presceglie e con il quale cerca di piacere. Nel suo commiato dell’amore, che in fondo è per la donna tutta la storia della sua vita, ella vuol essere più bella che può.

Due giorni per lei non saranno dimenticabili nella sua fedele memoria — il più voluttuoso ed il più triste: quando sentì per la prima volta il desiderio d’un uomo tremare dietro il lieve muoversi della sua gonna, e quando, in un bacio dell’ultimo amante, s’accorse irremissibilmente che non sarebbe amata mai più.

— Clara!