Ella entrò nella sala con quel suo passo che non faceva rumore.

Soffocata dalla commozione, percossa dallo stupore, non disse parola e restò perplessamente a guardarlo.

Dov’era stato? che aveva fatto? quale terribile avventura aveva così travolta la sua vita? Non era più il medesimo, quegli che tornava; non lo riconosceva più.

Tutto questo ella pareva esprimere con uno sguardo solo. Talvolta, fra due che s’incontrano, vi son tante e così terribili cose a dirsi, che le parole, tutte le parole, sembrano quel che sono in verità: segni troppo incapaci di esprimere il colore dell’anima nostra. Ed allora si parla solo quando ci si è già del tutto compresi, quando la confessione è già passata dall’uno all’altro, mutamente, e mutamente ha devastate le anime.

Un lungo silenzio pesò fra loro, anzi una specie di concitazione così forte, così lucida, che a vicenda potevan leggersi nel volto i loro inconfessabili pensieri.

Poi Arrigo si lasciò cadere sopra una poltrona.

— Sono stanco... — mormorò, e con le due mani si coverse la faccia.

Ella ebbe la bontà suprema di sorridergli, pur nello strazio che dentro la esagitava; e venutagli più vicina, con una mano gli carezzò i capelli come faceva di consueto.

Egli prese la sua mano, al polso, e la baciò.

Non aveva mai pianto; in quelle lunghe settimane di tormento, mai la dolcezza consolatrice d’una lacrima gli era salita fino alle aride ciglia. E in quel momento, dal suo più profondo essere, sotto la carezza di quella mano timida, sentì qualcosa commuoversi dentro l’anima che non era più disperazione, che non era più furore, ma una voglia d’esser debole, d’esser umile, d’esser buono, quasi di comunicare a lei tutto il male che aveva sofferto, quasi dirle: «Aiútami! guarda nel mio dolore, lasciami piangere, vicino a te...»