E dagli occhi riarsi le lacrime caddero, infrenabili.

Tacendo, ella si piegò, si pose a ginocchi davanti alla sua poltrona, mise la fronte contr’una sua spalla e rimase ferma. Così lo ascoltava piangere, in silenzio, con una specie di religione, trattenendo a forza le sue lacrime, poichè le parve che il suo proprio dolore non dovesse nemmeno aver luogo vicino al dolore di lui.

Lontana, troppo lontana, ricomparve ad entrambi negli occhi la loro storia d’amore. Ed in quell’ora in cui si sentivano per sempre divisi da un ostacolo maggiore di tutte le volontà, l’uno e l’altra provarono ancora il conforto di affacciarsi uniti sopra quella vacuità incolmabile, di fondere il loro spavento insieme, di guardare con occhi fraterni la loro morte interiore.

Ella gli passò le mani sul volto, pianamente, come per riconoscerlo, come per cancellarvi le traccie dei dolori patiti; e lo guardava con gli occhi asciutti, fermi, ove splendeva un’infinita bontà, una disperazione infinita. Ella non poteva dimenticarsi d’averlo un tempo veduto, bello e forte, con la bocca un po’ dura, che si contraeva sotto il morso della volontà, nè dimenticare quegli occhi suoi, così lucidi, che parevano pieni di sole...

— Sono stanco, — egli ripetè ancora una volta, girando intorno lo sguardo con smarrimento, forse per riconoscere quella stanza, che gli era tuttavia familiare.

— So tutto... non parlare... ho compreso tutto... — ella rispose pianamente, quasi con paura, fra una carezza ed un bacio.

— Veramente?... — balbettò egli; — sai veramente ogni cosa?

E Clara, senza battere le ciglia, lo ravvolse in uno sguardo d’amore, che pareva gli offrisse con umiltà il suo perdono di sorella e d’amante.

— Sì, — ella rispose con una voce spenta; — sì, mio povero amico. Ed è forse troppo tardi perchè io possa fare qualcosa per te.

Lasciava cader le parole con una specie d’infrenabilità, come fosser lacrime; fra l’una e l’altra metteva i battiti del suo cuore.