— Sì? — egli fece, guardandola; — vuoi?
Ma improvvisamente ebbe un gesto d’ira:
— È inutile! — gridò. — Ora non c’è più rimedio.
— Non è inutile, — diss’ella, tentata forse dal gran dolore che ne avrebbe. — Non è mai inutile raccontare quello che ci fa male.
— Poichè, infatti, era la mia sorella!... — egli esclamò cupamente, quasi parlando a sè medesimo. E disse tre volte queste parole: «la mia sorella», come se trovasse un’acre sapore nell’orribile nome.
Poi le parole gli fluirono disordinate, angosciose:
— Non è stata mia! Non ho avuto abbastanza coraggio perchè fosse mia! Lo sapevi?
— No, — ella rispose impallidendo.
Il fratello di Loretta riprese:
— Un giorno, senza ch’io me ne rendessi conto, mi si è attorcigliata intorno al cuore come un nodo vivo e soffocante; un giorno, senza che l’avessi pensato mai, la tentazione mi si è presentata, nuda, folle, terribile, nello spirito, e da questo fantasma non ho avuto più pace. Quando passava, tremavo; la sua voce mi faceva male; l’odore della sua persona, lo sentivo anche di lontano, la notte, il giorno, sempre, su tutte le cose. Nel guardarla, i miei occhi la svestivano; quando mi coricavo, era fra le mie braccia, nel mio letto, coricata. Questo male venne a poco a poco, insidiosamente, come un veleno ch’io respirassi dal suo medesimo respiro.