Ed era lei che mi si offriva. Nella sua verginità, piena di nervi, piena d’impazienze, mi porgeva sotto le labbra questo cálice, in cui dovevo non bere. Lo faceva naturalmente, come si offre un sorso a chi abbia sete. Non volevo cedere, ma sentivo che prima o poi questa orribile sete mi avrebbe vinto. È stata una pazzia, che mi è salita lenta, inguaribile, nel cervello. Non devi, anzi, nessuno deve condannarmi. La volontà è un’arma troppo fragile per combattere queste orrende passioni.
Sai: veniva nella mia casa; qualche volta si svestiva, lasciava nell’aria, su tutti gli oggetti, un odore incancellabile di sè. Anch’ella soffriva del mio stesso desiderio, e questo appunto m’ubbriacava. Eravamo in due a chinarci sopra un pericolo; lei ridendo, io tremando; e c’era una forza che mi tratteneva, non saprei quale, ma una forza invincibile.
Con la sua bocca bella mi parlava, m’accarezzava, piangeva, mi si offriva, ed io non potevo saziare nè lei nè me. Tutte le lascivie che non avevo immaginate per alcuna donna, le pativo per lei nel mio nascosto pensiero. Quando eravamo soli, mi pareva che intorno a noi roteasse tutto un mondo di cose vertiginose... Ma perchè vuoi che ti racconti? — Si fermò affannato, quasi pentito, e súbito ricominciò:
— Un altro l’amava, od almeno voleva possederla. A poco a poco son divenuto anche geloso, terribilmente geloso. Non dipendeva che da me l’appagarmi, eppure non potevo! C’era uno spavento, che so? un terrore, qualcosa fra me e lei... ombre, fantasmi, ch’ella non vedeva. Io sì: terribili! Mio padre qualche volta... ed ancor più la mia carne stessa, che non poteva contaminare la sua. Perchè?... Lo sai tu il perchè?
Clara lo ascoltava, up po’ ansante, un po’ curva, senza battere le ciglia, senza muovere la bocca, incatenata, affascinata.
— Lo sai? No, tu neppure non sai dirmelo. Bisognava osare. Adesso è troppo tardi; un altro me l’ha presa... è tardi! Mi amava: non mi ama più. Si è data, con gioia forse, perchè io l’avevo tormentata, e perchè sono stato anche vile: sono fuggito, lasciandola sola. Ho lottato contro di me, contro di lei, con un eroismo inutile. Bisognava osare. Invece che ho fatto io? L’ho spinta con le mie braccia nelle braccia d’un altro. Li ho lasciati fuggire, intendi? fuggire insieme...
Egli fece una lunga pausa, perchè l’affanno lo soffocava; poi ricominciò: — Un giorno, mi ricordo, è venuta nella mia casa, e si è spogliata. Non dimenticherò mai quella prima volta che vidi le sue spalle nude. Ed anche una certa notte non dimenticherò, quando eravamo in un letto, nel medesimo letto, insieme, ed ella mi carezzava con tutta la sua persona profumata, mi avvolgeva, mi tormentava, si attorcigliava contro me con tutta la sua gioia, con tutto lo spavento che può essere nel primo desiderio d’un’amante. Ma, invece di prenderla, invece di concedere a lei ed a me questa felicitò orrenda, sai che ho fatto io?... Sono fuggito. Uno spettro mi ha cacciato indietro, afferrandomi alla gola; uno spettro scarno e livido, che vedrò sempre nella luce della mie pupille, finchè io viva: — mio padre. Sono fuggito lontano, all’impazzata, in cerca d’una liberazione. Mi odiavo, sentivo di me lo spregio che si può avere della bestia più immonda, ma non potevo non amare lei. Questo desiderio mi veniva dietro, fischiando, come un agile serpente. Ho tutto scordato, fuorchè lei: ho rotta la mia vita irremediabilmente, son pieno di rimorso, ne trabocco... e pure non posso vincere la mia colpa, non so concepire altra passione al mondo che il desiderio di possedere lei...
Fece un’altra pausa, e si piegò su sè stesso come un uomo ferito nel petto, che voglia contenere la morte. Indi ricominciò:
— Vedi? un altro me l’ha presa! C’è ora chi può dirle: «Sei mia.» Un altro le dorme vicino, la gode, la bacia. Ormai tutti lo sanno e se ne parla fino per istrada. Ebbene, che fa? Ne ridono... Che fa? Mi chiudono le porte in faccia dappertutto, mi dileggiano, mi respingono... Che fa? Che fa? Lei sola è colpevole di tutto questo, ma l’amo ancora, e più ancora, sempre più... Forse l’amo con odio, ma il mio odio è così bello e così pieno d’inesorabilità, che deve ancora chiamarsi un terribile amore. Vedi, son pieno di rimorso, e forse ti faccio soffrire, ma lo dico a te per la prima, a te sola... Farle male voglio, anche se grida!... Berle tutto il fiato in un sorso, appagare il mio peccato fino alla sazietà... E dopo? Non importa! Anche se questo mi costasse la vita, che fa, Clara, che fa?...
Nella piccola sala, piena di quella voce sorda, un occhio di sole si mise a scintillare sopra una scatola d’argento.