IX

Faceva una notte di stelle nella piena estate; Lazzara era uscita in cerca di lucciole, e tornava portandone assai, racchiuse in una prigione fatta col suo grembiule riverso.

Amava le lucciole, la libertà, i campi; era selvaggia come i suoi capelli, ch’eran d’un biondo pallido, soffusi d’un colore di cenere spenta.

— Molte ne ho prese! — gridò verso la piccola veranda. — Guardate, signora: splendono!

Lora s’affacciò al terrazzuolo e rispose alla fanciulla: — Vieni su.

Ella corse per i dieci gradini con una leggerezza di gatta selvatica, venne davanti alla sua signora e disse:

— Guardate.

Aperse il grembiule di colpo, e le lucciole, tornate libere, volaron via sguinzagliandosi, tremule, come fuochi fatui, nella notte piena di stelle.

Risero entrambe d’un riso chiaro, che squillò dal terrazzo carico di vanzianelle sopra il silenzio del giardino fragrante di póllini maturi.

Un lume velato ardeva sopra un tavolino di giunchi; torme di moscerini aliavano per intorno, bruciacchiandosi le ali, seminando il chiaro tappeto d’innumerevoli agonie. Loretta, per aver fresco, s’era messa una vestaglia scollata, in fil di lino. Noiata e stanca, dopo la cena solitaria, non si era sentita la voglia nè di uscire a piedi per i sentieri dei vigneti, ove pesava la vendemmia, nè di correre per le strade maestre, bianche di polvere, tra le infinite messi cariche di frumento, al trotto dei due polledri sauri che Rafa le aveva noleggiati presso un vetturale di que’ dintorni. Ma invece, la sera dolce, inebriandola a poco a poco, l’aveva lentamente addormentata su la poltrona di vimini, presso il lume velato, fra i giornali d’illustrazioni e di mode, ch’eran scivolati a terra in disordine mentr’ella si addormentava.