— E ne sei anche fuggita, mi hanno detto.

— Sì, una bella notte che non dimenticherò.

— Raccóntami ancora di te, Lazzara. Non ho sonno ed amo ascoltare i tuoi racconti.

La fanciulla si accovacciò a terra sopra una stuoia, contro le ginocchia della sua padrona, con la pigrizia d’un bell’animale selvatico e docile.

Poi si mise a raccontare...


Raccontava le preghiere fervide, le canzoni un po’ lente che intonano in coro le monache dalla voce cristallina, e il fumo gonfio degli incensi tra gli altari bianchi di gigli, nei mattini di primavera. E poi, quando il suo fervido cuore, nella cella rigorosa, nei cortili pieni di sole, al di là dalle nude muraglie, risognava l’aperta infinita campagna, ove sono i fiumi dalla corrente limpida, i boschi odorosi di timi e di résine, ove sono i frutteti e le vigne, le messi che ondeggiano, il vento e la libertà.

E la rivide, la campagna immensa, e vi si mise a correre, libera, sola, con il cuore che le cantava, in una notte del mezzo Aprile.

Aveva risoluta la fuga. Era desta, in un chiarore di stelle, nel silenzio altissimo del monastero, sola, con quel Crocifisso di ferro che dalla nuda parete, immobile e pur vivo, la guardava. Passavan nel cielo, davanti alla sua cella, certe continue vampe di chiarità, quasi tangibili, come fiumane traverso lo spazio, e v’era una chitarra che sonava, lontana continua, straziante allegra, come un dolore che volesse ridere, come un riso che finisse in lacrime, forse da una finestra senza sonno, forse da un ballo in un cortile...

E si levò. Scese. Le grandi ombre del colonnato la inseguivano come fantasmi enormi che non facesser rumore. Poi vide nell’ombra due luci, due scintille di fosforo, ferme, che l’impaurirono. Si nascose tra le colonne, strisciò luogo un andito, passò un cortile, giunse nell’orto, si aggrappò ad un cancello, s’inerpicò per un albero, fin sopra il ciglio del muro. E di là vide una fila di case addormentate, con un fioco lume che pendeva da un fil di rame, fra due muri, oscillando; poi vide la campagna, l’infinita libera campagna, simile quasi ad un mare, in quelle bianche fiumane di luce che sopra lei spandeva la navigante luna.