Allora, d’un tratto, fragile com’era, paurosa com’era, si fece il segno della croce, e si lasciò cadere...

Correva, correva, parendole di volare, buttandosi tutta viva negli odori della notte primaverile, lasciandosi dietro un solco nell’erba rugiadosa, bevendo il vento che le passava tra i capelli e li scioglieva stupendamente, facendoli nella corsa ondeggiare come una bella criniera.

Camminò. Le messi abbondavano di spiche mature, le viti pendevano da un albero all’altro, quasi bianche di grappoli in fiore. Passò prati, campi, orti, seminagioni, frutteti; e come in sogno rivide allora fiorir le stagioni, che da tanti anni non vedeva più; rivide la primavera odorosa di fiori, satura di linfe, chiassosa di nidi, limpida di ruscelli, gaia di canzoni; l’estate adorna di pannocchie d’oro, dal cartoccio stridente, con le sue sterminate messi un po’ curve per la ricchezza dei frumenti, ed i covoni e le biche su l’aie scintillanti, ed i bubbolìi freschi dei fonti nell’ora meridiana, ed il guizzo della falce nitida, che va, che va, stanca e senza posa, come una distruzione lenta. Poi sognò dell’autunno, con le sue clamorose vendemmie, dell’inverno, con la sua squallida neve...

Camminò. Si mise per lungo un ruscello, che scendeva con una musica lieve, inchinando l’erbe al suo passare, giocando nel suo lesto correre con la scherzosa luna. E le pareva che il ruscello cantasse, piano, per lei sola, una bella canzone: «Séguimi, o tu che vai per tutta la notte senza conoscere la tua strada. Io pure, come te, non conosco la mia meta lontana. Vedi: trascorro e brillo. M’accompagna il chiaror della luna e faccio un lieve romore. Séguimi, o tu che vai per la notte senza conoscere la tua strada.»

Camminò. Il ruscello mormorava per lei sola il suo canto notturno; ella ne seguiva la sponda, quasi correndo, e trasognata. Era, nel mezzo Aprile, la notte più stellata. Pareva che ogni stella avesse un’ala invisibile o che un vento leggero, passando, le facesse tremare. E più ella fissava nel cielo i suoi occhi sperduti, più infinitamente vedeva nascere stelle. Ad ogni battito d’occhio alcuna spariva: era un mondo distrutto, un atomo di luce distrutto, non appariva più.

Camminò. Il ruscelletto passava sotto piccoli ponti, faceva cascatelle, muoveva i canneti; limpido e lento, fiancheggiava una strada, un podere, una casa; entrava nei prati, pareva perdersi: ricominciava. Lontano, all’orizzonte, con indistinte ombre ventose, apparivano le foreste. Ora cominciò ad abbaiare un cane, ed un altro rispose, più lontano, poi un altro ancora, e quei laìti lugubri empirono la notte serena. Fra i grandi alberi tutte le ombre avevano apparenze umane; s’udivan strepiti nel buio, come di gente che sbucasse dai rami, e le pareva di sentirsi ghermire. Poi, nell’alto fogliame, intese un frastuono, quasi un tonfo, come d’immense ali che calassero giù... Ed era un gufo, o molti, una civetta, o molte, che si misero a cantare la morte. Il ruscello scomparve, si cacciò sotto la terra, nel buio. Ed ella andava, andava, andava, più tra le siepi, più tra le macchie, più tra le forre, toccata in faccia dal vento di quelle ali enormi, perseguitata da quei canti funebri; poi le piombarono tutti addosso, gufi e civette, per ucciderla, per coprire il suo corpo morto con un lenzuolo d’ali immonde... Alla fine, quando l’ebbero atterrata, soffocata, uccisa, le si misero tutti all’intorno, in cerchio, immobili, senza più cantare, simili ad un tribunale di spettri, e stettero a fissarla dai grandi occhi rotondi, fermi, che bruciavano come fiamme di fosforo nella spaventosa oscurità.

Quando riaperse gli occhi, dai pertugi della foresta brillava su l’erba il sole mattutino; l’odor selvatico dei timi profumava la terra umida; le capinere del bosco trillavano a voce spiegata...


Lazzara tacque. Laggiù nel giardino, tra il folto, avevano entrambe inteso un rumore. Ascoltarono.

La notte folle sperperava le sue ricchezze inestimabili, vuotava i suoi tesori di stelle, rovesciava i suoi forzieri traboccanti nella profonda immensità; erano collane favolose, che si spezzavano e rotolavano per l’infinito, corrusco di mille arcobaleni; eran diademi fatti con milioni d’astri, che si rompevano in frantumi e scorrevano tra fiumane di etere fosforescente; erano stelle, stelle senza numero, disseminate nel curvo spazio, che la folle notte rovesciava in una conca scintillante.