E così, camminando e mendicando, giunse ad un paese che stava sul declivio di montagne gigantesche, e brillava di fiumi scintillanti, ed era tutto imbevuto di primavera come un roseto in pieno fiore.

Ad un casolare, certa donna le parlò:

— Come ti chiami?

— Lazzara.

— E che hai fatto sinora?

— Nulla: ho camminato.

La donna stette un attimo pensierosa, poi disse:

— Entra.

Così la presero per il tempo della mietitura.

Un giorno, nella grande ora meridiana, ella stava sdraiata sopra un mucchio di fieno, tra due siepi cariche di frutti rossi, all’ombra d’un gelso basso e contorto. Di là dalla siepe correva la strada maestra, tutta polvere e sole, tra le fratte arsicce che avvampavan di selci vive e di ginestre in fiore. Venne a passar di lì Cardo, il pastore, che spingeva con la canna la sua mandria lanosa. Una vasta nube di polvere oscillava lungamente sopra la strada prima di posarsi dietro il lor passare; un cagnaccio di pel fulvo, con la coda mozza, si lanciava ringhiosamente contro quelle che disarmentavano. Cardo era un ragazzotto di spalle robuste, con una testa massiccia, crespa di capelli nerissimi, ed aveva il colorito bruno delle ghiande mature. Dai calzoni di frustagno rimboccati a mezzo il polpaccio gli uscivan le gambe, aride, nere, quasi lucenti; i piedi, opachi di polvere, si muscolavano con solidità nelle sue dure caviglie di camminatore.