Ella prese tre ciriege, unite per il picciuolo, e stesa com’era se le portò alla bocca. Un rivoletto sanguigno le corse giù per il mento. Guardava lui, che la guardava. Era scalza ella pure, con le braccia mezzo nude, con qualche fil di fieno tra i biondi capelli arruffati, che mandavan riflessi brillanti e bui. Così giacendo, formava un solco profondo nel fieno soffice; la sua gagliarda persona tramandava un odor di selvatico.

Ma egli non rideva più: si fece scuro, e, come sentendosi pungere da non so quale molestia, ogni tanto, poichè stava prono, col dorso dei piedi scalzi batteva la terra, ma forte.

Non un rumore di gente, o d’animali o di cose, non un correre d’acque, non un tremar di foglie; non altro che un gridìo di cicale, ma così tenace, fermo, continuo, che pareva stranamente fondersi col silenzio ed essere il silenzio stesso.

Ella era scalza, ella pure, — e se ne rammentava. La gonnelletta corta, rattoppata, non le scendeva oltre i ginocchi; tra quel fieno, qualche fil di paglia la pungeva nel polpaccio; il suo polpaccio era grasso, tondo — e se ne rammentava.

— Che avete, Carlo, a fissarmi così?

Allora egli strisciò carponi, sui gomiti, e standole più presso, cominciò a fiutarla con un semiriso d’ubbriachezza, come chi fiutasse a lungo la fermentazione d’un tino di mosto.

Era un pomeriggio d’estate, pieno d’iracondia, implacabile, rosso come una fucina rovente, per quel sole che tutto lo incendiava. Ed ella si sentì, tra quel fieno, più nuda e più supina che se fosse adagiata sopra la sua coltre. Sentendosi bella, ebbe vergogna di sè. C’erano intorno sciami di zanzare, che a lei pareva mandassero un gran romore; ed erano forse le cicale, quelle strepitose cicale, che la stordivano così.

Poi si misero entrambi a ridere, su la bocca l’un dell’altra, ma d’un riso sciocco. Egli avanzò la mano.

— Be’, Cardo, — ella disse — mi fate male!...

E i grossi papaveri falciati rosseggiavano in quella calda estate, avanzando il fiore floscio tra il mucchio della fienatura.