— Ohibò, con quelle gambe! — disse con un riso bonario. Poi soggiunse: — Ma che ci vai a fare?
— E tu?
— Porto legna.
— Sicchè fammi salire.
Egli le venne accanto, le diede un pizzico su la guancia, e disse: — Tanto fa!... il battello è carico; sali pure.
Spinsero il battello in acqua, vi montaron sopra tutt’e due, in silenzio, come vecchi amici.
Fumando, cantilenando, egli mise una piccola vela quadrata, stese una copertaccia ruvida, lacera, sui duri cordami, e sopra vi si coricò. Lazzara, piena di confidenza, gli si distese vicino. La barra del timone era sopra le loro teste; la vela, appena turgida, ogni tanto s’afflosciava, battendo contro l’antenna con un romor secco come di cosa stracca.
Le due rive intanto rabbuiavano; ma c’era un quarto di luna che saliva su, nel cielo, tra fiocchi di nuvole, con rado stelle.
— Per caso, — domandò Lazzara, — non avreste un vecchio pane da mettere sotto i denti?
— C’è pane e pesce fritto, laggiù, in quella cesta.