Ella prese quel po’ di cena e si mise a divorarla con ingordigia. Fumando, il battelliere la osservava.

— Ma insomma, — volle sapere, — da che parte vieni, che sei tanto lacera?

Ella si mise a narrargli di sè, tutta una fiaba...

Cominciavano a navigar tra stelle, fra il cielo che ne accendeva sempre più, e il fiume che per ognuna mandava cento splendori. Il battello scivolava piano piano, facendo sciacquar l’acqua sotto la sua chiglia, lasciandosi dietro, nel fiume sparso di firmamento, una scìa tremantissima.

— Come ti chiami tu? — fece il battelliere.

— Io, Lazzara. E tu?

— Benozzo; io, Benozzo.

— Ah...

Il battello scendeva senza prender vento, rompendo l’acqua illuminata, che ricadeva in gocciole di stelle. Dalle due rive i pioppi ogni tanto si scuotevano, svettavano, come se li intirizzisse l’algido chiarore della luna, spargendosi di quel bianco tremito che il vento propaga nei boschi d’ulivi; poi, lentamente, l’uno appresso l’altro, riprendevano il sonno interrotto nella vaporosa quiete della notte fluviale.

— Lazzara!... — esclamò d’improvviso Loretta, afferrandola per il braccio e balzando in piedi; — Lazzara, guarda... C’è qualcuno laggiù!...