— Guárdami!
Poich’ella teneva sempre il volto chino, egli protese ruvidamente il braccio e con l’ápice delle dita le sollevò la faccia.
— Guárdami! — comandò più forte. — Vedi cos’hai fatto di me?
Buttò indietro il cappello che gli nascondeva gli occhi e le apparve dinanzi a fronte scoperta.
— Mi riconosci?
Ella ebbe orrore o terrore di quel devastamento, e, quasi una dolcezza ultima dell’amore ch’era stato in lei, la spinse a balbettare una parola incomprensibile, forse di smarrimento, forse di pietà.
— No, — egli riprese con scherno, — certo non mi riconosci. Eppure sono ancora lo stesso. Intendi bene quel che dico: ancora lo stesso!
La bocca torta, nel ridere, pareva che sui labbri avesse l’amaro d’un veleno. Allora egli si guardò intorno con uno sguardo pieno di avversione, come se odiasse ogni cosa di quel luogo dov’ella si era venduta. Fiocamente illuminata da un raggio di luna si vedeva per le due porte vetrate, aperte sul terrazzo, una vasta sala terrena, piena di quei mobili raccogliticci, che arredano le case d’affitto; mobili comperati a casaccio, collocati nel peggior modo, per riempire un angolo, per soddisfare i capricci d’un locatore estivo.
E la luna metteva in quel disordine una specie di azzurra oscurità.
L’uomo, lo spettro di colui ch’era stato, s’avanzò fino al limitare, forse per curiosità, forse per vedere se alcuno li spiasse; poi si rivolse lentamente, a volto chino, parendo reggere su le spalle il peso enorme della sua propria disperazione.