Ed ora non aveva più paura di lui, gli parlava quasi con dolcezza, riprendendo su le guance floride il suo bel colore, passandosi una mano inanellata su la bianca tempia e ravviandosi i capelli con un suo gesto abituale.
— Ed io? — mormorò il fratello, dopo aver taciuto.
— Tu?
— Sì, Lora, io, che t’amavo con tanta pena, io, che fuggivo disperatamente per non farti male?...
Ella esitò un poco, poi disse:
— Tu non m’hai voluta... non m’hai voluta nemmeno quando ne piangevo, dunque...
Nella terribile semplicità di queste parole ella radunava tutta quanta la logica del suo piccolo cuore di donna, scioglieva il suo piccolo enigma femminile, dove l’amore più folle non era stato in fondo che una torbida curiosità. Ella non poteva andar oltre; tutta la storia del suo grande peccato finiva in questa piccola riflessione: «Tu non mi hai voluta, dunque...»
Ed egli chinò il volto, poi si mise a battere le nocche sul tavolino di vimini, che oscillava.
— Dunque, — fece, con amarezza e con scherno, — avevi semplicemente bisogno che uno ti coricasse, forte, con le spalle sovra un cuscino, che uno ti facesse dare finalmente quel piccolo grido... Chi fosse costui, poco importava. Io ti avevo molto martirizzata... hai detto martirizzata?... — bene, sia! Ma ti sei scelta in ogni caso un uomo ricco, per addolcire le pene del martirio; hai voluto in cambio qualche abito, qualche gioiello, una casa che finirà con divenir tua... ecco, e tutto questo lo hai!
— Ho voluto, — ella spiegò, — scegliermi una vita diversa da quella che facevo: null’altro. Forse mi sono anche ingannata.