Nella faccia bianca dell’uomo passò, come una transfigurazione, il colore della sua profonda morte.
— Anche tu... anche tu... — egli ripetè macchinalmente, con un atto appena visibile delle labbra. Poi soggiunse: — Questo vuol dire che per tuo conto hai già dimenticato.
Ella non rispose da prima; poi ebbe forse pietà di quel dolore.
— Non ho dimenticato, — gli disse. — Ma ogni giorno vado facendo uno sforzo continuo per strappare da me questa cosa che non doveva essere... Io sono morta per tutti, per tutti quelli ai quali ho fatto male.
Egli la guardò con una specie di sperdimento, quasi cercando nel suo volto un segno qualsiasi che gli permettesse di non credere a quelle fredde parole.
Ma in lei vide un’attitudine ferma, risoluta, quasi nemica.
E di nuovo si levò:
— Senti...
Le venne più vicino, si curvò:
— Senti... ho corso paesi come un pazzo, per guarirmi; ho sofferto tutto quello che un uomo può soffrire, e son tornato per vederti, solo per vederti. Sono stato nella casa di mio padre, dove tu, dove tu ed io, abbiamo portata l’infamia. Essi mi hanno cacciato fuori come un cane. Sono stato fra quelli che mi chiamavan amico, e tutti han vôlto il capo altrove per non riconoscermi; anzi alcuni m’hanno insultato quasi apertamente, perchè mi accusano di aver concluso il tuo mercato. Ma di questo non ti rimprovero: la colpa è d’entrambi; siamo colpevoli entrambi, sebbene io solo, per ora, ne debba scontare la pena. Invece, se ho bene compreso il senso delle tue parole, in questo momento nel quale una immensa rovina si moltiplica intorno a me, tu che ne sei la causa non trovi per aiutarmi che un solo rimedio, anzi un calmo e ragionevole consiglio: «Bisogna dimenticare.» Non è così?