Poi, tenendo su le braccia la sua preda, sperduto, si guardò intorno, come un animale in cerca della tana.
Ella volle dibattersi con ogni forza, cercò di morderlo, cercò di urlare; ma non poteva, per quella mano irremovibile premuta su la sua bocca. Cercò di fargli male agitandosi quanto potè; ma d’un tratto il peso ch’egli reggeva su le braccia divenne assai più greve, come il peso di una creatura morta; la bocca senza fiato cessò di mettergli bava e sangue nel palmo che la premeva.
Allora l’uomo, con la sua preda su le braccia, passò nel raggio di luna che bagnava il terrazzo come un fascio di bianca elettricità, e, traversata la soglia, giunto nel mezzo della prima sala terrena, parve cercasse con gli occhi sperduti un divano sul quale deporla.
Quando l’ebbe adagiata, s’inginocchiò. Si mise, come un ebete, ad ascoltare il silenzio. Tutta la casa era morta; la sonorità concava del silenzio vi gravitava immobile, come nei claustri disabitati; la magnificenza del raggio lunare traeva dalle ságome dei mobili qualche fulgore, simile a bianchissimi arcobaleni.
Allora egli si guardò il palmo della mano, il palmo che sanguinava, morso da’ suoi denti minuti; poi si tastò il cuore, la fronte, la faccia, quasi per riconoscere sè stesso.
Il capo di lei dormiva rovesciato sul bracciuolo del divano; la sua gola nuda era un po’ turgida, il suo petto scoverto quasi non respirava. Aveva le braccia lente lungo i fianchi, le ginocchia unite, i piedi composti, come in una bara; le sue belle treccie, quasi del tutto sciolte, bagnavano il lembo spiovente nel raggio di luna.
— «Ora, — egli disse a colei che non udiva, — ora t’ucciderò.»
E trasse di tasca un’arma lucida; ma tosto, impaurito, la ripose.
Poi gli parve udir rumore, da lontano e da presso; rumore assordante, come di gente che sopravvenisse, urlando, per impedire il suo delitto. Ascoltò: non sapeva ben distinguere se questi rumori fossero nel suo cervello o fuori; ma, ecco, insieme gli pareva che ombre passassero, in torma, dietro le finestre, per gli usci, negli angoli bui.
Un sudor freddo gli copriva tutte le membra; dolori acuti come lame gli trafiggevano la carne. Su la bella bocca della donna coricata era impressa una traccia di sangue, che la faceva parere un po’ tumida e le suggellava intorno ai labbri una specie di riso estatico, inerte, come ha talvolta, nel sonno d’un narcotico, la bocca di chi soffre un dolore atroce. Egli v’appressò l’orecchio, per udire se quelle labbra respirassero; ma il rombo delle sue proprie vene soverchiava quel leggero álito.