— «Ora, — disse un’altra volta, — ora t’ucciderò.»
Le sue dita convulse toccarono con voluttà il freddo metallo dell’arma; di nuovo palleggiò fra le mani il minuscolo ordigno, su cui s’accendevano scintille come sprazzi di fosforo.
Premere appena, poggiando la canna sottile contro la sua bella tempia, senza quasi rumore... Una scossa, una breve scossa, a lui nel polso, a lei per tutta la persona giacente; una specie di urto improvviso nelle due ginocchia... qualcosa, come un fiotto d’anima nella gola gonfia... un battito, uno sguardo ancora negli occhi fuggenti, un po’ di saliva lucente agli angoli delle labbra, sotto la traccia rossa... il peso d’un braccio che cade... poi più nulla... nessuna differenza visibile, tranne il senso di questa parola: morta. E un filo di sangue, sottile come la più piccola delle sue vene, giù dalla tempia, su la spalla, senza fiotto, piano piano, senza farle male...
Egli pronunziò col pensiero, forse col respiro, questa lieve domanda: — «E poi?»
Ecco: e l’enorme vuoto della vita gli apparve, ed anche l’enorme vuoto della morte, se pur si fosse ucciso; l’inanità estrema d’ogni cosa, d’ogni possibilità, quando in lei non fosse più respiro. Sì, uccidersi, ma placarsi prima, concedere un sorso anche minimo alla sua rabida sete, per chiudere con un possesso tremendo la sua vita inutile, per non trascinare al di là dall’ultimo rantolo la sua rabbia insoddisfatta...
Allora, lentamente, quasi con la paura di compiere un sacrilegio, immerse le dita aperte nella sua treccia spiovente; ma faceva piano, quasichè non volesse destarla. N’ebbe una così grande gioia, che v’immerse la faccia, ne aspirò, ne bevve il sapore. Ella non si destava; il suo tramortito sonno era profondo. Osò prenderle una mano ed intrecciar le dita fra le sue dita, senza stringerle, con paura.
— «Povera piccola mano, — pensava, — sarai morta fra poco, non darai più carezze, povera piccola mano...»
E strisciò con le labbra lungo il polso, fin nella congiuntura del braccio, dove tutte le vene, passando, creavano una specie d’oscurità.
In quel mentre una grande farfalla notturna entrò per la finestra; si mise a dar di cozzo contro le pareti, rumorosa, dannosa, come un pipistrello. E batteva, e batteva, per la stanza chiusa, in alto, in basso, cercando l’aria stellata nella oscura prigione. Poi si calò sopra l’uomo ricurvo, e stringendo sempre più il cerchio di quel brancolare gli fece sentir su la faccia il freddo pericolo del suo volo.
Ma sparve. Il silenzio divenne assoluto in quella stanza quasi azzurra; solamente il raggio lunare saliva come una materia tangibile dentro la bella capigliatura spiovente.