E l’uomo che l’aveva amata con tanta disperazione, che si era difeso contro la colpa con un eroismo tanto accanito quanto inutile, ebbe allora la tentazione suprema di possederla pur una volta prima di spegnere la vita in quel lieve cuore, prima di addormentarla nel sonno dal quale non si sarebbe mai più ridesta, nè per stirare in una molle pigrizia le sue membra voluttuose, nè per tendere ad una bocca d’amante il bacio della sua bocca soavissima.

E poichè non era stato il primo, voleva esser l’ultimo a possederla, quegli che le darebbe insieme, quasi nello stesso attimo, le due pressochè simili agonìe del piacere e della morte. Voleva tuttavia ferirla nella sua carne più viva, con una forza malvagia, e, tenendola in possessione, vedere come torcerebbe gli occhi sentendosi entrar per le vene la spasmodica voluttà di quella morte.

Ora finalmente l’odiava; ora, dopo tante catene, si sentiva capace d’un odio bello, nitido, sicuro di sè. Ed appunto perchè l’odiava, si compiaceva nel dirle, come per ischerno, le più calde parole d’amore; appunto perch’era sicuro di poterla uccidere, si dilettava nel ripeterle cose dolci e lascive, le stesse cose d’un tempo, quand’ella era perduta come lui nel desiderio di appartenergli, quando la sua verginità null’altro era che un brivido, una cosa infinitamente sottile, infinitamente vicina al peccato.

Ecco, e di nuovo era in suo possesso: aveva complice l’ombra, la solitudine, il silenzio, e quel suo docile sonno, profondo come un letargo; aveva complice inoltre l’arma vendicatrice, che teneva pronta per il suo primo sussulto.

Sottovoce le raccontava i suoi giorni di fuga, le lunghe ore notturne trascorse a possederla inanemente, le voluttà prodigiose di que’ sogni e la fatica enorme dei risvegli logoranti.

— «Io t’ho date le più lunghe gioie che una donna mai ebbe dall’amore d’un uomo; io t’ho goduta, — le diceva, — senza numero di volte nella mia solitudine disperata, come tu stessa non potresti concederti ad altr’uomo che a me. Ti conoscevo: so come baci quando ami, so il colore delle tue iridi quando scompaion sotto le palpebre, so come le tue ginocchia stringono e come fai quando gridi... Ma tu stessa, ora che ti vedo, sei più bella ancora, e, così addormentata, mi ricordo che passavi le tue notti nel mio letto, vicino a me. Allora non potevo toccarti: ora ti tocco. Ora mi metto le tue braccia nude intorno al collo, perchè tu morrai tenendomi le braccia intorno al collo. E, vedi? non hai che una vestaglia tenue sul corpo... quasi nulla, un velo appena, e sento già come sei tepida, come sei dolce... Ma perchè vestita?... spógliati... io ti spoglio. Anche un semplice velo è di troppo. Sei bella abbastanza perchè il mantello della morte ti avvolga nuda. Io ti spoglio per l’ultima volta, e in questa luce, ancora più candida sembrerai...»

Le correva con la mano per il corpo dolcissimo, la scopriva lentamente, con indugi febbrili, assaporando a poco a poco il gaudio di vederla mirabilmente spogliata. E là dove le vesti s’aprivano, il raggio della luna penetrava, come per stendere una specie di velo glauco su la sua carne scintillante.

Ed ecco apparve tutta nuda la gola purissima e la sommità un po’ convessa del petto, in cui nascevano ampiamente, dal suo mezzo fin sotto le oscure ascelle, i due seni robusti, erti, rigogliosi, pieni d’impudicizia e di splendore, simili a due conocchie straordinarie gonfie di lana da filare.

Egli si fermò come inebetito, quasi vacillante benchè fosse inginocchiato, con gli occhi pieni di uno spavento enorme, davanti a quella nudità che aveva osato guardare. Il senso delle cose presenti gli tornava a quella vista maravigliosa e peccaminosa, mentre, come un’eco inafferrabile in fondo all’essere la voce del suo démone gli andava sempre più sibilando: «Uccídila! uccídila! Sáziati, e falla morire.»

Poi, di nuovo, sottraendosi a quella specie d’incantesimo, si rammentava d’essere un uomo, un miserabile uomo brancolante sopra una femmina seminuda, e questa femmina essere la stessa ch’egli non poteva toccare, la sua sorella giaciuta nella medesima cuna, colei che portava nel grembo l’inconsumabile amore.