Ella aperse gli occhi, e lo guardò. Forse non lo vide, ma lo guardò. E quegli occhi rimasero sbarrati, fermi, tra le palpebre violette, sotto l’arco dei grandi sopraccigli, a fissarlo inesorabilmente.
Percosso dal terrore, mentre giungeva per l’ultima volta su l’orlo del peccato, la volontà gli ricadde nell’anima, tutta d’un colpo, infranta. E subitamente, nella faccia della sorella svenuta come nello specchio d’un’acqua senza fondo egli rivide salir la faccia del loro padre taciturno, la pallida faccia senile, emaciata sino al teschio, l’incancellabile sembianza del generatore che separava i suoi figli.
Livido, indietreggiò nel buio. La catena delle due braccia inerti si disfece, ricadde come spezzata, mentre, dal divano dov’ella era stesa, il fantasma del padre si alzava più preciso contro di lui, divincolando a fatica da quel sonno le sue membra cariche di squallore.
E rivide, come l’ultima volta nella casa dell’umile occhialaio, questo bianco suo padre levarsi con una specie di maestà, per minacciare il figlio primogenito che aveva osato peccare contro la legge sacra delle famiglie e spingere l’occhio lascivo sotto la coltre della sorella addormentata.
Ed ora non più lei vedeva; ma soltanto vedeva lo scarno fantasma, vero di una tragica umanità, sorgere contro il figlio maledetto, contro il violatore della bellezza ingaudibile, per respingerlo indietro da lei, fuori dalla casa, fuori dagli uomini, fuori dalla vita...
L’incubo sopraffaceva la coscienza dell’uomo dannato, la follìa latente scoppiava nel suo cervello tragico, dandogli quella specie di briaco terrore che invade la bestia accerchiata da un pericolo senza scampo. La pazzìa liberatrice finalmente soverchiava questo mediocre uomo, che aveva osato racchiudere nella pavida sua temerità l’amore maraviglioso d’un dio.
E in fuga, davanti ai fantasmi del suo delirio, si cacciò per la notte d’estate, briaca e folle come una baccante, che saliva per i culmini del cielo, tra un’apoteosi di stelle...
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Lontano qualche miglio di lì, sotto i fuochi già rossi dell’aurora d’Agosto, un gruppo di terrazzani mattinieri scendeva cantando per il declivio della collina, ciascuno recando su l’ómero la gran falce lunata, che il sole nascente incendiava di tremanti arcobaleni.
Andavano a mietitura; la terra pingue di frumenti faceva risplendere di mattutina ilarità l’anima di quegli adusti mietitori.