A perdita d’occhio, violastri e biondi come un mare sovra il quale indugino gli ultimi vapori della notte, i campi non mietuti si stendevan nella immensa pianura, ed ogni cosa pareva oscillasse in una dorata inquietudine solare, prima che, nell’irrompere del giorno, tutto bruciasse d’aurora e di fiamma sotto la furia dell’estate.
Ed ecco, nella incendiata serenità, il sole sbocciò dall’oriente, come da un paonazzo cratere del fuoco sotterraneo, e gli uomini che andavano per falciare, d’improvviso, lo salutarono col loro canto.
Poichè infatti l’avevano lavorata insieme, quella terra onusta di raccolti, gli uomini e il sole.
Giunsero al piano, s’incamminarono tra le messi brillanti come un’esca, ricurve sotto il peso delle pannocchie d’oro, che fra i papaveri di campo sgranavano dal cartoccio rotto un enorme riso giallo.
Poichè il sentiero fra le due prode facevasi angusto, e di qua, di là, fra gli alti campi si perdeva, gli uomini con le lor falci si misero in fila. E cantavano sempre, nell’aurora vittoriosa, l’inno colonico al sole onnipossente, alla terra libera, fecondata, che dona i raccolti gloriosi, al vómero tenace che spezza la gleba irta di radici, alla falce nitida che stride contro i fusti legnosi, e va, e va, traverso la pazza estate, faticosa ed instancabile...
Ma, giunti verso il termine del sentiero, colui che andava in capo della fila si fermò di colpo.
— Gesummaria!... — gridò verso i compagni; e con la faccia tutta bianca, rimase incerto se avanzare.
— Che c’è? — domandarono quelli che stavano ancora dietro la svolta. E si addossarono a lui, sollevando le brillanti falci, spezzando nella ressa improvvisa qualche fusto di grano. Ma quel che videro li fece inorridire.
Lì su la proda, lungo il sentiero nel campo, un uomo giaceva, immobile, contorto, a metà prono, a metà sopra un fianco, la faccia bruttata nella terra tutta molle di sangue. Un grosso can da pagliaio, laido e col pelo irsuto, forse un can sperso, di quelli che van la notte uggiolando fra campagna e campagna, lasciava pendere dalla fauce intrisa la lingua bramosa, e accovacciato su le quattro zampe leccava con una specie d’ingorda sete la pozza di sangue rappresa nel terriccio, sotto la tempia ferita.
— Un morto... — bisbigliò quello che stava davanti al gruppo. E raccolta una pietra, la scagliò contro il can errático, dalle orecchie mozze, dagli occhi notturni ed iniettati come quelli d’una jena.