Un’altra sera l’aspettò presso la soglia del teatro, dov’ella giungeva in carrozza chiusa, per cantare.

A quell’ora gli strilloni gridavano il libretto dell’opera, gli incettatori offrivan palchi e poltrone ai passanti; entravan gli ultimi del lubbione; un venditore d’arance chiacchierava con due guardie di pubblica sicurezza, fra le ceste ripiene de’ suoi frutti divampanti.

Quando giunse la sua carrozza, Arrigo s’avvicinò alla portiera, l’aperse, e scoprendosi il capo le tese la mano per scendere. Di maraviglia ella sorrise.

Era ammantellata fino al collo, per timore della nebbia fina, che poteva nuocerle.

Ella mise la mano inguantata nella sua mano, vi si appoggiò, sorrise, gli disse in fretta:

— Venite a trovarmi... — E passò via, strisciandogli vicino, rapida, leggera; poi súbito scomparve nella piccola porta, lasciando per lungo tempo dietro di sè un’ondata di profumo.

Egli rimase a guardare come un ebete il venditore di arance, che or faceva qualche passo, avanti, indietro, lungo le sue ceste, fischiettando piano piano; poi si rimise il cappello in capo e sentì che dentro il cuore gli cantava....

Gli cantava una bella canzone di gioconda vita, un inno fervido, concorde con tutte le sue speranze vertiginose, tanto può sul cuore più saldo la parola fuggevole d’una donna.

Ora la piazza, vegliata in cerchio dagli alberi ancor bianchi di recente nevicata, fra la nebbia rosea, fra l’austerità dei quattro palazzi che la chiudevano per intorno, si andava lentamente animando della sua vita serale. Frotte passavano, rade, folte, già satolle del pingue desinare, ciascuno rannicchiando il collo nei caldi baveri ad ogni soffio di vento, godendosi tuttavia quell’ozio della passeggiata che riposa dal diurno lavoro. Gente sola, nemica del tempo freddo, che striscia lungo i muri, tutta curva, come per proteggere una bronchite latente; pedine che vanno in fretta, con un far donnesco di cose appartenenti alla strada, forse digiune ancora, in cerca dell’invaghito; lavoratori tardivi che se ne tornano zufolando; cavallucci cascanti, che più vanno e più s’azzoppano su la pietra pericolosa, trainando nel veicolo dai vetri appannati qualche scapolo senza cucina al suo pranzo tardivo; belle pariglie scalpitanti, che trascorron da palazzo a palazzo; automobili silenziose, veloci, che lanciano sui marciapiedi un gran fascio di luce, passando.

Un crescere di sfaccendati, che sboccano da ogni contrada, s’incontran, s’intreccian, si fermano a ciarlare dei lor casi domestici, fra le grida monotone dei giornalai, le nenie dei banditori di spettacoli, l’eco semidispersa delle orchestre che allietano le birrerie, la canzonaccia di qualche vagabondo, la zuffa di due cani.