Egli camminò fra queste cose, respirando a pieni polmoni l’aria frizzante, ingollando il fumo gonfio d’una sigaretta che gli spargeva per le vene una specie di torpore benefico.

E la vedeva ora nel suo camerino, presso la specchiera ingonnellata di garza, prepararsi lentamente all’acconciatura da scena sotto le mani dell’abbigliatrice, con la partitura davanti agli occhi, ed ogni tanto accennandone un motivo, provandosi la voce.

La vedeva tendere le labbra verso lo specchio, per disporvi sopra il soverchio belletto, stenderne un poco sui pomelli delle gote, mettere il nero fosco intorno agli occhi, perchè brillassero più vivi.

Poi, diritta, lasciandosi cadere la camicia sbottonata giù da le spalle come una rotta guaina, sorretto appena dal busto basso il ricolmo del seno, stendervi sopra, e su la gola, e su le spalle, e su le braccia, una pasta molle, odorosa, quasi limpida, che sùbito vi aderiva, luccicando, e poi facendosi opaca, man mano che la cameriera leggermente vi passava sopra con il piumino della cipria, e le stendeva sul dorso, fino a mezza schiena, la medesima imbiancatura.

Per tal modo il suo busto nudo andava prendendo una bianchezza di perla, una trasparenza così delicata che pareva quasi azzurra e lasciava intorno, per la piccola camera, un buon odore di mandorle amare.

«Domani,» — egli meditò fra sè stesso. E trascorsa la prima ebbrezza, la sua calma ragione lo riprese; pensò che un piccolo errore poteva perderlo, adesso più che mai, e con l’anima piena di trepidazione imaginò lungamente quell’incontro vicino.

Era tardi; se ne andò a pranzare.


Ella sedeva davanti al pianoforte sfogliando musica, quand’egli entrò. Per un momento si trovaron nell’impaccio entrambi, poichè non sapevano affatto come dirsi la prima parola.

— Debbo ringraziarvi... — ella cominciò.