— Di cosa?
Ella segnò due mazzi di que’ fiori ch’egli le mandava ogni giorno come un messaggio. Era seduta su lo sgabello girevole del pianoforte, a mezzo rivolta verso di lui, a mezzo verso il leggìo. E lasciando correre la mano sbadata su l’avorio e su l’ebano della tastiera, che riluceva nella penombra, sogguardando a lui dal volto chino, con una grazia indefinibile sorrideva.
— Sono stato scortese... — disse il giovine.
— Sì, un poco... — ella rispose.
Ma il rimprovero quasi era carezza, tanto soave ne fu l’accento.
— Non avevo altro modo per avvicinarmi a voi, — diss’egli per iscusarsi. — Molte volte non si può scegliere la strada. Ma dovete perdonarmi, perchè il mio desiderio di conoscervi è stato così grande, e insieme così rispettoso....
Egli lasciava cadere le parole pianamente, con insinuazione, stando ritto e fermo nel mezzo del salotto, irrigidendo la sua persona per non mostrarsi turbato. Ella ascoltava, guardandolo attentamente, con un sorriso impercettibilmente ironico su l’orlo delle sue labbra fini.
Lo guardava con l’occhio vigile della donna che misura una propria impressione anteriore e la raffronta con un’altra più immediata, stando curva insieme sopra un pericolo o sopra una delusione. Lo guardava perplessa, poich’era stata in verità un po’ leggera dicendogli di venire nella sua casa, e quell’uomo, quello sconosciuto, in fondo poteva credersi lecita qualche pretensione sopra di lei. Ma la sua maniera d’essere non le faceva paura; egli piuttosto l’incuriosiva, l’aveva incuriosita stranamente fin dal primo giorno quando s’erano incontrati in quel negozio di fioraio. «Per la signora Tatiana Ruskaia,» aveva egli detto, nel mettere il suo biglietto da visita fra le belle orchidee; e il tono di quella voce, l’espressione di quel sorriso, non si erano mai dipartiti dalla sua mente. «Per la signora Tatiana Ruskaia...» Egli aveva pronunziato il suo nome in un modo singolare, con un accento così nuovo, quasi con timore e quasi con baldanza, non obliquamente, ma guardandola in viso, ma sorridendo a lei che gli era del tutto sconosciuta: ed anche questo le piaceva. Così le piacevano i suoi begli occhi neri, la sua bocca sensuale, dalla dentatura lucente come cristallo. Quando più tardi lo aveva riveduto per via, quand’egli le era passato vicino, quasi toccandola, e poi le aveva camminato dinanzi, agile, con una franca sicurezza della sua bella persona, ella ne aveva provato un senso molesto e dolce insieme, come se nell’intimo della sua natura femminile una specie di turbamento insolito avesse d’un tratto risvegliata la sonnolenta inerzia del suo cuore. E senza volerlo aveva pensato a lui, di giorno, di sera; lo aveva qualchevolta cercato per via con occhi distratti; si era sentita trepidare, nell’avvicinarsi alle strade ove per solito le accadeva d’incontrarlo.
Egli non era stato importuno: le aveva parlato, sì, ma di lontano, con la forza de’ suoi occhi veementi; le aveva detto: «Mi piaci,» le aveva detto anzi: «Ti voglio...» ma dolcemente, senza molestarla nè offenderla.
Stando in scena, o dietro la scena, le avveniva spesso di cercare unicamente la sua presenza tra i confusi ordini della platea; le avveniva di aspettare ogni giorno quel suo mazzo di fiori con una singolare ansietà, e fors’anco si sarebbe sentita piena di malinconia se un giorno egli non avesse pensato a mandarle fiori.